UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Serve uno sguardo nuovo sui giovani per riconoscere la loro ricerca di fede

La serie di riflessioni «Dio, dove sei?» di Paola Bignardi interroga la Chiesa sulla sua capacità di ascoltare e capire le istanze delle nuove generazioni
18 Marzo 2024

Dieci puntate, ogni domenica su Avvenire dal 1° ottobre al 3 dicembre 2023: ha lasciato il segno la serie di articoli di Paola Bignardi sul difficile rapporto oggi tra giovani e fede. Richiesta e attesa da molti, esce ora per Vita & Pensiero, nella collana di Avvenire «Pagine prime», la raccolta di questo originale viaggio: «Dio, dove sei? Giovani in ricerca» (116 pagine, 14 euro), libro che ai testi pubblicati su queste pagine aggiunge tre saggi inediti e la prefazione di monsignor Erio Castellucci, che qui proponiamo.

Un concetto bene argomentato può mettere in moto il pensiero, ma da solo non arriva al cuore; un precetto o un divieto motivati possono orientare l’azione, ma da soli non la rendono desiderabile. Solo uno sguardo amorevole scalda il cuore e accende i sogni: uno sguardo intelligente (da intus legere: scrutare l’intimo), che evita le catalogazioni e accoglie l’altro per quello che è; uno sguardo dal basso all’alto, che scorge la parte buona di ciascuno e la promuove; uno sguardo che riconosce la dignità di ciascuno, qualsiasi condizione stia vivendo, e lo mette in cammino verso il bene possibile.

Il libro di Paola Bignardi Dio, dove sei? Giovani in ricerca adotta questo sguardo amorevole, intelligente, umile e propositivo: e lo rivolge ai giovani. In un’epoca nella quale i giovani sono sempre abbinati al disagio – i giornali e i social sono pieni di fatti e riflessioni sul “disagio giovanile” – l’autrice si pone invece in un atteggiamento di accoglienza delle loro istanze e dei loro dubbi, delle loro gioie e delle sofferenze che spesso racchiudono nell’animo. Lo fa attraverso la lente dell’esperienza cristiana, che molti di loro hanno lasciato da parte: esprimendosi su Dio, la fede e la Chiesa, questi ragazzi scavano a fondo nelle loro domande di senso, offrendo spunti provocatori e mai banali. Anche quando non si riesce a convenire sulle critiche e sulle richieste, si deve riconoscere che provengono da vissuti importanti e profondi.

Leggendo i capitoli di questo volume, mi si sono presentati più volte alla mente alcuni incontri di Gesù narrati nei Vangeli. Prima di tutto quello con l’uomo ricco, che il Vangelo di Matteo identifica con un “giovane” (cf. Mt 19,20.22). Nella versione di Marco, a un certo punto Gesù getta uno sguardo affettivamente intenso su di lui: «Fissatolo, lo amò» (Mc 10,21). Ma quello che colpisce non è che Gesù guardi una persona amandola: è che lo ama prima che l’altro risponda, lo ama a prescindere, qualsiasi scelta stia per compiere. Lo ama comunque, senza condizionare il suo affetto alla risposta, che peraltro sarà negativa. Quel giovane se ne va triste, ma non è più quello di prima: se ne va con lo sguardo amorevole di Gesù addosso. Questo è l’unico sguardo capace di intercettare l’intimo dei giovani; ed è uno sguardo che rimane anche a fronte di scelte diverse. Qualche volta questo sguardo amorevole agisce perfino a distanza di anni, perché entra in un reparto del cuore e vi si pianta.

Ho riconosciuto lo stesso stile nello sguardo adottato da Paola sui giovani: una sintonia previa, al di là della condivisione o meno delle loro idee, che le ha permesso di dare fiducia, favorendo in loro la sincerità e la confidenza, al punto che sono usciti dall’intervista riconoscenti, perché si sono sentiti ascoltati: cosa piuttosto rara nell’esperienza dei giovani di oggi, spesso bersagliati da messaggi e proposte, ma raramente accolti nell’espressione libera della loro interiorità.

Un secondo episodio a cui ho pensato durante la lettura del volume è l’incontro di Gesù con Zaccheo il pubblicano. Ci sono tre sguardi nel racconto di Luca (19,1-10): quello di Zaccheo, che «cercava di vedere quale fosse Gesù»; quello di Gesù, che «alzò lo sguardo» per rivolgersi a lui; e quello della gente: «Vedendo ciò, tutti mormoravano». Tre sguardi ben diversi: gli occhi di Zaccheo esprimono ricerca, interesse e forse anche curiosità; questo maestro, di cui aveva sentito parlare, era diverso dagli altri, perché non condannava i peccatori e i pubblicani, ma li frequentava e li ascoltava. Gli occhi di Gesù esprimono accoglienza, desiderio di un incontro, al punto da arrivare ad autoinvitarsi a casa del capo dei pubblicani. E gli occhi della folla esprimono giudizio, sia verso Zaccheo sia – soprattutto – verso Gesù: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». Questo incrocio di sguardi si ripete tante volte, ancora oggi, anche nelle nostre comunità cristiane. Se un giovane decide di interessarsi di Gesù e cercarlo senza però mescolarsi alla folla, e magari riparandosi sul proprio sicomoro, spesso si sente giudicato e condannato, anziché accolto e valorizzato. Dalla lettura di questo libro risulta chiaramente che l'atteggiamento di “mormorazione” respingente è il maggior ostacolo, e comunque il timore principale dei giovani, nei confronti della Chiesa. Sono invece disponibili a scendere dal loro sicomoro quando incontrano uno sguardo che, come quello di Gesù, li osserva dal basso all’alto, senza lanciare sentenze su di loro. Se Zaccheo si converte, è proprio perché ha avvertito che Gesù lo stava promuovendo, stava dando ossigeno alla parte buona del suo cuore, che nessuno dei suoi concittadini aveva visto. Gesù arriva a dire al capo dei pubblicani che si aspetta qualcosa da lui, attende di essere alloggiato in casa sua; rovescia in questo modo lo schema paternalistico, che al massimo immagina di poter fare qualcosa per chi ha bisogno. No, Gesù non compiange, ma promuove: in te, dice a Zaccheo, c’è una zona sana, che nessuno vede: il mio sguardo vuole attivarla. tu puoi fare qualcosa di buono per me. Quando un giovane si sente valorizzato nella sua parte buona, anche se apparisse “lontano” (parola da bandire!) dalla sensibilità cristiana, è capace di una generosità impensata.

Infine mi è venuto in mente l’incontro di Gesù con la donna adultera, narrato nel Vangelo di Giovanni (8,1-11). Gli scribi e i farisei gliela conducono per metterlo in trappola: vogliono costringerlo a rinnegare la legge di Mosè, che prevedeva la lapidazione, oppure a rinnegare il proprio insegnamento, basato sul perdono. Sembrava che Gesù non avesse scampo. Invece riesce non solo a evitare la trappola per sé stesso, ma anche a restituire dignità alla donna peccatrice. Lo fa svelando prima i cuori malvagi degli accusatori, poi accogliendo la donna: non la chiama “adultera”, secondo l’etichetta di chi gliel’aveva presentata; la chiama “donna”. Gesù è allergico alle classificazioni e vuole sempre recuperare la profondità delle persone. Se di Zaccheo aveva detto: «Anch’egli è figlio di Abramo», strappandogli l’etichetta di “capo dei pubblicani”, a lei si rivolge con: “Donna, dove sono i tuoi accusatori? », strappandole l’etichetta di “adultera”. Il suo sguardo è talmente amorevole, che non si limita a dirle che non la condanna, ma giunge a indicarle la strada per recuperare la sua dignità di donna: «Va’ e d’ora in poi non peccare più». Evitare la condanna e indicare il bene possibile, accompagnando il cammino delle persone: anche a questa dimensione i giovani si dimostrano particolarmente sensibili. Nei sentieri difficili della fede, messa alla prova da tanti dubbi, e nei sentieri ugualmente difficili delle esigenze morali, a riguardo soprattutto della sessualità, non saranno i semplici ragionamenti degli adulti, né tantomeno i divieti e i comandi, a mettere in cammino i giovani; sarà piuttosto la disponibilità ad ascoltarli, percorrendo con loro un tratto di strada. I giovani hanno bisogno di sentirsi accompagnati: ed è solo nell’esperienza di un cammino compiuto assieme, che accettano di lasciarsi orientare dagli adulti.

Più volte, e con diversi linguaggi, Paola nota che dentro ai giovani si celano tanti bisogni: molte volte inespressi o addirittura compressi, ma sempre presenti e profondi. Giocando liberamente con le parole, ho pensato più volte che i bisogni dei ragazzi e dei giovani devono diventare bi-sogni, cioè sogni condivisi. Papa Francesco ha utilizzato spesso l’immagine del “sogno” parlando ai giovani e invitandoli e non reprimerli, anzi, a esprimerli, confidando nella possibilità che diventino realtà. Il sogno è stato il motivo conduttore del discorso tenuto nella Veglia della Gmg di Cracovia, il 30 luglio 2016: «Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso». Quando il bisogno dei giovani, che nasce sempre da un sogno, diventa bi-sogno, perché trova degli adulti disposti a condividerlo, ad accompagnarlo, a farlo maturare, allora lo spazio spirituale che in tanti giovani è presente – al di là della loro pratica cristiana – comincia a realizzarsi. Non sarà questo il compito che il Signore chiede oggi alla Chiesa insieme ai giovani?

Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena-Nonantola Vescovo di Carpi Vicepresidente della Cei

Avvenire, 16 marzo 2024