UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Rischiare la pace. Il prezzo della solidarietà, il dovere della libertà

Le università cattoliche di quattro continenti prendono posizione sulla guerra in Ucraina
1 Marzo 2022

«Mentre Putin rischia freddamente la guerra, l’Occidente deve rischiare la pace». È il cammino che le otto università cattoliche della Strategic Alliance of Catholic Research Universities (Sacru) propongono alla comunità internazionale per sminare la strada militarizzata dall’intervento bellico della Russia in Ucraina. Un invito a tutti, a partire dalle università, a fare la propria parte per far prevalere, in mezzo al fragore delle bombe, le ragioni della pace.

Esperti di relazioni internazionali, di economia e di teologia degli atenei cattolici di quattro continenti (Catholic University of Australia, Boston College, Pontificia Università Cattolica del Cile, Pontificia Università Cattolica di Rio, Università Sophia di Tokyo, Università Cattolica del Portogallo, Università Cattolica del Sacro Cuore e Università Ramón Llull di Barcellona) entrano nelle ferite di una crisi apparentemente senza via d’uscita per cercare feritoie attraverso cui veder sorgere la speranza e indicare percorsi di riconciliazione.

«Rischiare la pace» afferma Mónica Días, Head of the PhD Programme dell’Institute for Political Studies della Universidade Católica Portuguesa, significa «affrontare Putin con determinazione, insistendo sulla diplomazia anche in mezzo alla guerra, ricordando chi soffre, anche oltre le linee dei nemici, e offrendo rifugio e speranza, anche se l’orizzonte di una costruzione della pace postbellica più sostenibile sembra lontano».

Va smontata soprattutto la macchina della propaganda dispiegata da Vladimir Putin. È vero che «la Russia ha sempre visto l’Ucraina come centrale nella sua sfera d’influenza e parte integrante della sua storia; in altre parole, una nazione collegata dal sangue» afferma Pablo Cabrera, professore del Center for International Studies della Pontificia Universidad Católica de Chile. Ma, secondo l’analista, che è stato anche ambasciatore cileno a Mosca dal 2000 al 2004 e ambasciatore concomitante a Kiev nel 2002, «insinuare un’invasione ora, citando ragioni (geo)politiche, strategiche ed economiche, è chiaramente insensato».

Per questo «serve una risposta chiara a chi espande il suo potere con una logica di paura e violenza», come afferma senza giri di parole Mónica Días. «Stanno arrivando mesi difficili e tutti i Paesi occidentali sono attesi da sfide che riguardano le forniture di gas e petrolio, così come le minacce alla nostra sicurezza, alla nostra economia o alla nostra comunicazione digitale. Questo è però il prezzo della solidarietà e il dovere della libertà, che non è dato, ma deve essere difeso ancora e ancora. Questo rischio potrebbe rivelarsi anche un’opportunità per unirsi intorno ai principi che hanno costruito l’Unione europea al suo inizio e per rinnovare l’impegno della Carta atlantica».

La posta in gioco è altissima, spiega Manuel Manonelles, docente di Relazioni Internazionali alla Blanquerna School for Communication and International Relations della Ramon Llull University di Barcellona. Siamo di fronte a «un vero e proprio “stress test” per mettere Washington alle corde e riportare l’Europa orientale al suo “ordine naturale” o, meglio, all’ordine che Mosca considera “naturale” nell’area. Il modo in cui si risolverà” la situazione in Ucraina, infatti, può avere gravi impatti su altri scenari, dai Balcani allo stretto di Taiwan». In Bosnia ed Erzegovina l’atteggiamento secessionista di Mirolad Dodick - il leader della Republika Srpska - sta minando il delicato equilibrio istituzionale del Paese, formalizzato dagli accordi di pace di Dayton del 1995. «Il grande “regalo” che Pechino sta ricevendo dalla crisi ucraina è un preziosissimo manuale su come l’amministrazione Biden e i suoi alleati rispondono alle dosi di pressione ed escalation che la Russia sta conducendo. Se, da un lato, gli Stati Uniti sanno che l’opzione militare nell’Europa dell’Est non ha senso, dall’altro sono pienamente consapevoli che non possono mostrare la minima debolezza, perché si aprirebbe la porta a un fronte ancora più delicato e grave per la stabilità globale».

Del rischio di gettare la Russia nelle mani della Cina parla Raul Caruso, docente di Economia della pace all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. «Le sanzioni potrebbero rivelarsi di fatto inefficaci se un grande partner commerciale come la Cina prendesse il controllo degli affari dei Paesi occidentali con la Russia. Recentemente Pechino e Mosca hanno rafforzato i loro legami e la Repubblica popolare è un grande importatore di petrolio e gas russo. La Cina potrebbe aumentare le sue importazioni sostenendo così pesantemente il Cremlino. Bisogna assolutamente evitarlo». Anche se in queste ore l’attenzione è su Russia, Stati Uniti ed Europa, «è il momento di rinvigorire un ampio dialogo con la Cina», chiede il professor Caruso, che sollecita anche di evitare «ogni ulteriore ambiguità nel mercato globale delle armi» e di impegnarsi a finalizzare l’allargamento ai Balcani dell’Unione europea.

Che cosa possono fare la comunità internazionale e ciascuno di noi di fronte a un atto d’aggressione unilaterale come quello pianificato da Putin nei confronti di uno Stato sovrano?

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Paolo Ferrari

Cattolicanews, 28 febbraio 2022