Ogni generazione ha gli imbroglioni che si merita. Quasi cinquant’anni fa Umberto Eco in Come si fa una tesi di laurea, consigliava con finto candore agli studenti che avevano troppo poco tempo di “(1) investire una somma ragionevole per farsi fare la tesi da qualcun altro; (2) copiare una tesi già fatta qualche anno prima in una università diversa (copiare a Milano una tesi fatta a Catania offre ragionevoli possibilità di farla franca)”.
Una ventina di anni fa mi capitò di assistere a una scena pietosa: un collega anglista confessò quasi piangendo in una commissione di laurea di cui facevo parte di essersi accorto solo la sera prima che la tesi di una sua promettente studentessa che doveva di lì a poco entrare era stata integralmente copiata da Wikipedia; la tesi era stata redatta in inglese, per non perdere neppure tempo a tradurre le voci utilizzate. Infine, negli ultimi mesi nel leggere i capitoli di tesi in preparazione vengo preso da improvvisi entusiasmi: lo studente si è accorto che il volume di uno studioso che ammiro è stato finalmente tradotto in italiano; o che un altro collega dal quale da anni si aspetta un libro rivelatorio lo ha finalmente pubblicato.
Tranne poi scoprire che non è vero nulla, che si tratta di “allucinazioni” delle Intelligenze artificiali e che quasi nulla dell’elaborato è frutto del lavoro di esplorazione bibliografica del candidato o della candidata.
Personalmente, condivido il placido realismo di Eco: può capitare di copiare, farsi fare la tesi dal fidanzato, cedere a certi annunci su TikTok e utilizzare le Intelligenze artificiali a man bassa, e quant’altro.
Ma credo sia un peccato. Fare una tesi è infatti una di quelle avventure che capita una volta sola nella vita: ci si mette alla prova; si impara a non soccombere di fronte a quantità ingenti di conoscenze, a domande ambiziose, a operazioni complesse di analisi e di ricerca; si superano timidezze, diffidenze, insicurezze. Si impara un metodo, ma prima ancora si assume un atteggiamento.
Si impara a guardare la conoscenza negli occhi e alla pari. È questo il messaggio che cerco di trasmettere nel mio Come si scrive una tesi di laurea per le scienze umane (Vita e Pensiero), che deriva dalla mia esperienza ormai quarantennale di docente universitario e dove ho cercato di condensare alcune linee guida che ogni studente dovrebbe tenere in conto. Attenzione: il libro ha anche un sottotitolo, che nasconde un piccolo colpo di scena. Ma ne parlo tra poco.
Fondamentale, ieri come oggi, rimane la scelta dell’argomento e la sua articolazione in un indice di partenza, nonché alla scelta del docente più “giusto” per farsi seguire. Fondamentale resta anche la ricerca delle risorse di cui si ha bisogno: volumi, articoli, ma ormai anche corsi online, materiali audiovisivi, e così via. Un materiale che può spaventare per la mole e le molte fonti, ma basta affrontarne la gestione, ovvero la loro valutazione e le differenti forme di schedatura in vista del loro utilizzo. Utilizzo che consiste nell’analisi delle risorse e nello svolgimento di varie forme di ricerca applicata, sia quantitativa che qualitativa. Non ultima per importanza è la forma di stesura dell’elaborato e i piccoli e grandi trucchi retorici che ne assicurano la coerenza e l’efficacia argomentativa. Bisogna anche saper citare bene le risorse utilizzate.
E qui arriva il colpo di scena cui accennavo: il sottotitolo del volume è infatti “Con guida pratica all’utilizzo dell’intelligenza artificiale”. Chi pensa però a una conversione tipo Innominato, grazie alla visita di ChatGPT invece che del Cardinal Borromeo, resterà deluso. Infatti, se sono partito dagli usi errati delle Intelligenze Artificiali Generative (d’ora in poi IAG) nella elaborazione della tesi, non è per condannarne gli usi in toto, ma per suggerire che ne esistono anche utilizzi virtuosi. E l’indice della virtuosità sta nella posizione che ho destinato a questi strumenti nel mio libro: dopo aver spiegato come si gestisce il flusso di lavoro classico ma imprescindibile. A indicare che le Intelligenze artificiali sono strumenti cui demandare determinati compiti, ma sempre all’interno di una cornice di lavoro della quale il candidato possiede la consapevolezza, la responsabilità e il controllo. Questo, peraltro, è il messaggio trasmesso da varie autorevoli istituzioni quali Unesco, OCSE o Commissione Europea. Faccio solo un esempio recente: è appena uscito il report 2026 dell’OCSE che esplora gli utilizzi delle IA in ambito educativo nel mondo.
Esso dimostra sulla base di un grande numero di ricerche a livello globale conferma l’estrema utilità delle IAG nei processi di insegnamento e apprendimento purché il loro utilizzo sia guidato e governato dagli educatori. Si tratta di passare da una posizione “on the loop”, che utilizza le IAG passivamente tirandosi fuori dai processi che essa automatizza, a una posizione “in the loop”, in cui si resta soggetti interni attivi rispetto ai processi di trasmissione e acquisizione dei saperi.
Possiamo quindi usare (e far usare) virtuosamente il “prompt engineering”, ossia l’arte del porre i giusti interrogativi alle IAG. Senza entrare in trattazioni esoteriche, bisogna guidare gli studenti (e chiunque utilizzi questi strumenti) in questi processi, insegnando a delineare ad esempio un quadro di informazioni di base (tipo di laurea, lunghezza, le indicazioni dell’Università, eccetera); o come formulare richieste chiare (es. “produci un calendario di lavoro che mi consenta di finire la tesi in sei mesi iniziando domani e lavorando solo i giorni feriali”) o come approfondire singoli punti (”in base al calendario che mi hai suggerito entro quando devo iniziare a scrivere l’elaborato?”), sviluppare alternative (“riformula il calendario prevedendo che lavori anche i week end”), e così via.
Entrando nel vivo dell’uso delle IAG, posso dire che si dimostrano estremamente utili nella ricerca bibliografica, soprattutto se si utilizzano strumenti specialistici come Elicit, Litmaps o Scite. Esse aiutano a tradurre libri in lingue che non si conoscono; offrono sintesi ragionate di volumi e segnalano i brani o le parti più interessanti; aiutano a costruire in modo intelligente il design della ricerca empirica; offrono critiche e formulazioni alternative nel testo dell’elaborato finale; consentono di costruire tavole di visualizzazione dei dati molto efficaci; offrono consigli su come articolare in modo efficace e nei tempi consentiti la presentazione finale del proprio lavoro alla commissione di tesi di laurea. Ma, soprattutto, le IAG offrono la possibilità di personalizzare al massimo l’apprendimento di aree, concetti, principi che non risultano chiari, per esempio mediante approfondimenti successivi dal generale al particolare (vedi la tecnica della interazione che ho introdotto sopra).
Insomma: le IAG non fanno lavorare meno se usate correttamente, ma posso far lavorare meglio. A mio parere i docenti non dovrebbero sconsigliarle, ma incentivarne un uso virtuoso; e, al tempo stesso, alzare le proprie aspettative circa i prodotti finali. E gli studenti non dovrebbero usarle di nascosto, ma dichiarare chiaramente nella tesi (come si fa per molti articoli o volumi scientifici) in che misura per quali utilizzi hanno aiutato a condurre la nave della tesi in porto, oltre la linea d’ombra della laurea.
Avvenire, 25 febbraio 2026