UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Isabel e il fratellastro poi accettato. Ecco come la verità ci rende liberi

La storia di una ragazza che dalla sofferenza che la schiacciava è riuscita a riscrivere la propria vicenda familiare
9 Gennaio 2024

Isabel aveva un carattere solare: era sempre sorridente, aperta alla vita. Creava relazioni con tutti, con estrema facilità. In classe era benvoluta da compagne e compagni, era un punto di riferimento. Si chiamava così perché suo padre era sudamericano, mentre la mamma era italiana. Le avevano dato quel nome perché la nonna materna era un’ammiratrice della scrittrice Isabel Allende. Dopo le vacanze di Natale della prima superiore, qualcosa cambiò. Isabel tornò cupa, triste. La incrociai sulla soglia della classe e mi salutò a malapena. Anche con le compagne non era più la stessa: all’intervallo se ne stava in disparte, persa nei suoi pensieri. Gli occhi profondi color nocciola erano fissi fuori dalla finestra, il sole di gennaio disegnava sulla carnagione scura del suo viso un’ombra di tristezza incancellabile.

Non ci misi molto a scoprire cosa era accaduto: me lo rivelarono alcune sue amiche, a cui lei aveva chiesto di parlarmi, non avendo la forza di farlo in prima persona. Durante le vacanze si era consumato un dramma in famiglia: il papà se ne era andato di casa. Se ne era andato dopo aver rivelato alla madre di Isabel di avere un’altra relazione, con una donna sudamericana come lui. Una relazione che durava da anni e che aveva avuto una svolta, perché quella donna era rimasta incinta. «Voglio stare con lei, col nostro bambino che nascerà», aveva detto il padre di Isabel. Poi aveva fatto le valigie ed era andato via, scegliendo l’altra famiglia fino a quel momento segreta. Le vacanze erano state un inferno. La mamma di Isabel piangeva tutto il giorno, non si alzava dal letto. A Isabel sembrava di impazzire.

Questa storia aveva fatto un male tremendo anche a me. Più volte fui sul punto di andare da Isabel per consolarla in qualche modo; per dirle che, se lo avesse voluto, se ne avesse avuto bisogno, ci sarei stato. Non lo feci: le parole non venivano, ero bloccato da quel maledetto imbarazzo che ti sussurra che per aiutare una persona devi per forza avere soluzioni da dare o una bacchetta magica per risolvere i problemi, mentre semplicemente basterebbe farsi vicino all’altro restando il silenzio, mostrando di esserci, con tutti i propri limiti.

Un paio di mesi dopo fu Isabel a cercarmi a un intervallo. Disse parole taglienti, implacabili: «Non lo voglio più vedere quello là». Non lo chiamò papà, mai. «Lui ha provato a cercarmi, ma per me è morto, non esiste più», aggiunse. «L’ho bloccato sul cellulare, non si deve permettere di scrivermi». La piega della bocca era dura, gli occhi lucidi. «Tre anni, prof. Andava avanti da tre anni. E la sera tornava a casa sorridente, faceva il simpatico con me e con mia mamma. Come può una persona essere così falsa? Mi sembra di aver vissuto con uno sconosciuto. Se è stato capace di questo, allora vuol dire che non ho mai saputo davvero chi era, che è sempre stato un estraneo. E un estraneo resterà per sempre. Non mi dispiace di non avere più niente a che fare con lui. L’unica cosa che mi dispiace è che mia madre soffra così tanto».

Fu l’unica volta che ne parlammo. Poi, un giorno, la madre di Isabel mi chiese un colloquio. Ci incontrammo in un’aula vuota. Mi strinse la mano, sedette davanti a me. «Allora, che mi racconta di Isabel? Come sta?», chiese. Non sapevo cosa risponderle, per quel solito pudore nell’avvicinarsi al dolore altrui. Mi chiusi sulla difensiva, andai sul sicuro: parlai del rendimento scolastico di Isabel, che era buono, anzi molto buono. La ragazza era impegnata, educata, gentile... Mentre parlavo mi stupivo di quante parole fossi in grado di dire comunicando solo cose ovvie, che quella donna sapeva già; parlare senza dire niente, ignorando ciò che davvero l’altro sta chiedendo, ciò che davvero conta, è una tecnica subdola ma spesso efficace per non comprometterci.

La mamma di Isabel mi fissò. «Isabel è proprio una brava figlia», disse. «Ce la mette tutta. Aiuta anche in casa. Non potrei desiderare una figlia migliore. Mi fa pesare meno il fatto che sono sola. Perché lei lo sa cosa ci è successo, vero? Isabel mi ha detto che gliene ha parlato». Ecco. Colpito e affondato: quella donna aveva posto la questione, con una semplicità e una trasparenza disarmanti. Balbettai un sì. Mi sentii totalmente inadeguato ad affrontare quella situazione. Cosa potevo aggiungere? Distolsi lo sguardo. M a lei continuò, sicura: «Isabel non vuole avere più nulla a che fare con suo padre. Non ha più contatti con lui. Lo sa, vero?». «Sì». «Io la capisco». «Certo, signora». «La capisco. Ma Isabel sbaglia. Io glielo dico sempre: “Tu devi vedere tuo padre. E quando nascerà suo figlio, devi ricordati che quello è tuo fratello e devi costruire un bel rapporto con lui. Perché, nonostante gli errori che ha fatto, quello è sempre tuo padre e quel bambino sarà sempre tuo fratello, e questi legami sono sacri“».

Ci misi qualche secondo a capire ciò che davvero significavano le sue parole. Poi guardai quella donna: il suo viso stanco, segnato dalle occhiaie; i capelli fuori posto. La guardai e vidi una meraviglia. Quella donna umile, non famosa, senza una carriera fulminante alle spalle, resta una delle persone più grandi che abbia incontrato in tutta la mia vita. Era stata crocifissa dal dolore, dalla delusione devastante per ciò che suo marito aveva fatto. Ma aveva vinto l’amore per sua figlia, aveva vinto la verità. Il fatto che sua figlia avesse un padre e un fratello, la possibilità che sua figlia accettasse la verità per ciò che era, e in essa trovasse un’occasione di bellezza, pur dentro a relazioni ferite, per lei era più importante del suo dramma.

Metteva il bene di sua figlia prima del suo desiderio di rivalsa. Avrebbe potuto vendicarsi, distruggere a parole quel padre agli occhi della figlia, cancellarlo dalla sua vita sostenendo la decisione di Isabel di non avere più contatti con lui. Ma aveva scelto un’altra strada: aveva scelto il sentiero impervio e difficile che porta a guardare in faccia la realtà, ad accettarla, a provare a trovarci del buono, sempre e comunque. Mi tornò in mente la celebre frase del Vangelo: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Non mi ero mai reso conto di quanto quelle parole fossero autentiche prima di incontrare quella donna che, con la sua vita, le incarnava.

Passarono diversi anni. Isabel finì le superiori. Si iscrisse in università, a lingue. Venne a trovarmi una mattina a scuola, sfruttai un’ora buca e prendemmo un caffè al bar di fronte. «Allora, Isabel. Come va?». «Bene. L’università mi piace molto. In particolare spagnolo. Anche se richiede molto lavoro». La guardai dubbioso. «Eh sì, prof. Nonostante le mie origini io ho sempre vissuto in Italia e in casa abbiamo sempre parlato italiano. Per me è una lingua quasi nuova». Indugiò un attimo, poi aggiunse: «Per fortuna ci sono mio padre e la sua compagna: mi aiutano molto, spesso vado da loro a studiare e a fare conversazione. A proposito, sa che il mio fratellino l’anno prossimo inizia già la prima elementare? È bellissimo; aspetti, glielo faccio vedere». Prese il cellulare con gli occhi che le brillavano. La verità l’aveva resa libera.

Marco Erba, insegnante e scrittore

Avvenire, 9 gennaio 2024