Di sogni ne ha diversi: si fanno più nitidi man mano che passano i giorni dalla prova orale dell’esame di maturità che ha sostenuto allo scadere del mese di giugno presso l’Istituto tecnico Nuccia Casula di Varese, per l’indirizzo Amministrazione Finanza e Marketing. E ora la ventenne Valentina è tutta proiettata a continuare il percorso intrapreso, con l’iscrizione al corso di laurea triennale in economia e management, che frequenterà all’Università degli Studi dell’Insubria nella sua città di adozione. Sì, perché la ragazza è nata in Albania e si è trasferita in Italia nel 2013, quando aveva solo 8 anni: alcuni parenti che vivevano a Varese avevano contattato una volontaria della fondazione “Il ponte del sorriso”, che si occupa di organizzare momenti di gioco e svago per i piccoli pazienti ricoverati nei reparti pediatrici di Varese, Cittiglio, Tradate, Busto Arsizio e Saronno. L’urgenza era quella di cercare di salvare Valentina, ormai con poche settimane di vita, affetta dalla malattia di Wilson: ci voleva un trapianto di fegato e nel suo Paese non potevano garantirle né il delicato intervento né le terapie successive.
La fondazione “Il ponte del sorriso” si mobilita non solo per accogliere Valentina, il suo fratellino di 6 anni e sua madre (che oggi lavora nella “Casa del sorriso”, a disposizione dei familiari lontani dai luoghi di residenza), ma anche per reperire in breve tempo circa 130 mila euro necessari a coprire i costi delle cure: lei arrivava da un Paese extracomunitario e solo il ricovero era concesso a fini umanitari. Quasi mille persone partecipano a questa gara di solidarietà e la cifra viene addirittura superata, arrivando a 145 mila euro. Nel giro di una settimana, la sera del 25 ottobre 2013 Valentina vola dall’ospedale di Tirana all’aeroporto di Orio al Serio per essere trasferita in ambulanza al Papa Giovanni XXIII di Bergamo, contattato dalla fondazione. E il 3 novembre all’alba arriva il dono di un nuovo fegato, con la necessità di rimanere in Italia per proseguire le terapie antirigetto dell’organo, i controlli e gli accertamenti periodici: è l’inizio di una seconda vita per lei, in tutti i sensi. Infatti la presidente della fondazione Emanuela Crivellaro e suo marito Riccardo affiancano la mamma di Valentina e diventano suoi genitori affidatari: «I nostri figli, che allora avevano 26 e 19 anni, sono stati felicissimi», ricordano.
Gli affetti si stringono intorno alla bambina, poi adolescente che in alcuni periodi fa fatica «ad accettare di dover prendere per sempre i farmaci antirigetto, di convivere quindi con una terapia quotidiana. Avendo le difese immunitarie molto basse, mi capita spesso di ammalarmi. Nel periodo del Covid non riuscivo più a partecipare alle lezioni e alla fine ho perso l’anno», racconta Valentina. «Sono grata di poter vivere e ringrazio tutte le persone che lo hanno reso possibile. Ma ho avuto bisogno di un percorso psicologico che mi ha resa consapevole di sentimenti ed emozioni provati ma poi repressi. Per anni sono stata turbata dal fatto di avere una cicatrice grande e abbastanza visibile: mi sentivo molto a disagio per
alcuni sguardi insistenti, ma adesso ho imparato a conviverci, a vederla come una cosa bella perché anche grazie a lei sono ancora qui».
Adesso Valentina pensa al suo futuro, focalizzato su «un’economia dal volto più umano», mentre vuole continuare a lavorare come cameriera in un ristorante e a dare una mano alla fondazione come volontaria. «Il mio sogno più grande? Raggiungere la preparazione per poterla mandare avanti».
Laura Badaracchi
Avvenire, 15 luglio 2025