UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Quelle parole vive a scuola, salti nell’imprevedibile

Per risuonare con le menti dei giovani servono gesti di maestri che superino ovvietà, fretta e burocrazia
12 Novembre 2025

Da non pochi anni, ormai, un grande poeta – Davide Rondoni – e un acuto pensatore – Massimo Recalcati – combattono per una scuola nuova non nelle forme, negli apparati tecnici o nei congegni informatici ma nella sostanza intima. (Del primo ricordo il caustico e sapiente libro Contro la letteratura, del secondo i penetranti L’ora di lezione e La luce e l’onda). L’impulso cruciale di ogni novità scolastica non può essere altro che la riscoperta, da parte dei giovani, della forza primaria, creativa della parola: ancora e sempre, all’inizio di tutto è il Verbo a smuovere il mondo. Poco importa che la parola offerta dagli insegnanti sia quella del dialogo quotidiano, quella custodita nei grandi libri della letteratura universale o quella che si occupa di storia, religione, scienza o ginnastica. La parola che circola a scuola dovrebbe sempre essere una realtà viva, un soffio d’energia, un fascio di luce, un’onda di freschezza e calore. Se non vibra, non pulsa, non respira, la parola che percorre le aule scolastiche diventa molto presto, fatalmente, uno strumento burocratico, un medium senz’anima, una tenaglia per stringere le menti dei giovani nella morsa dei luoghi comuni, un duro cappio per soffocare il loro bisogno di verità e bellezza.

Come possono gli insegnanti attuali, a loro volta assediati da un mondo troppo spesso rigido e arido, farsi carico di un simile compito, cioè parlare in modo credibile sul piano letterale dei contenuti e coinvolgente e trascinante sul piano dello spirito, della vita nuda, dei sentimenti? La parola viva non può mai nascere dalle ovvietà, dalle formule a pronto impiego, da ricettari come quelli che la cultura della fretta, del “tutto e subito” non si stanca mai di sbandierare attraverso i media, i social, le tv, gli spot, i messaggi che s’infiltrano ovunque come zanzare assetate del nostro sangue, come virus coriacei o muffe implacabili. Ogni singola parola portatrice di vita e non di stereotipi nasce da una sapienza mai circoscrivibile negli steccati dell’utile, del déjà vu, del ripetibile a oltranza o negli algoritmi della ratio tecnica. La parola viva è sempre il frutto di un talento creativo, di un’eccedenza di senso, di un salto nell’imprevedibile, di un gesto da “maestri”.

Se questo è vero, però, il destino di miseria della scuola è ineluttabile? Come possiamo attenderci che tutti gli insegnanti, o almeno una parte consistente di essi, siano maestri, parlino e agiscano da maestri? Pretenderlo sarebbe puntare su un’insensata utopia.

Eppure è giusto augurarsi che, grazie alla lezione dei tanti, grandi maestri del passato e di quelli ancora presenti nel mondo, negli insegnanti si risvegli pian piano la coscienza di cosa significhi insegnare: “segnare dentro”, risvegliare nei propri allievi almeno una scintilla di luce: dedicarsi a quell’opera maieutica che i maestri hanno saputo e sanno compiere in modo incomparabile. Ispirarsi ai maestri non richiede affatto agli insegnanti lo sforzo d’imitarli (su questo punto Recalcati batte e ribatte con passione). Un vero maestro non crea dipendenze tra i suoi allievi, non li spinge mai a mimare in modo pedissequo la sua voce, i suoi gesti, i suoi sguardi o i suoi passi. Il più sublime tra i maestri, Cristo, non ha forse sempre rispettato, amato e propiziato le differenze di stile con cui ognuno dei suoi apostoli o discepoli (da Zaccheo a Nicodemo, dalla Maddalena a Pietro) ha ripreso e rilanciato il suo messaggio? Ispirarsi a un maestro vuol dire cercare il senso profondo della sua parola dentro ognuno di noi, nella verità e ricchezza irripetibile, unica della nostra anima, della nostra storia, della nostra persona. Uno dei maestri della poesia italiana del Novecento più luminosi e limpidi malgrado l’oscurità della sua vita, Sandro Penna, ha scritto: «Ognuno è nel suo cuore un immortale».

Gli insegnanti soffocati dai troppi compiti che la nostra era ipertecnologica e sempre più burocratica impone loro ogni giorno, amareggiati dall’angustia dei dirigenti e dall’incomprensione dei genitori dei loro allievi, avviliti dall’ingiusta pochezza dei loro stipendi, ma ancora sensibili a tutto ciò che di meraviglioso custodisce l’immenso regno del sapere e dell’esperienza, dovrebbero, ogni giorno, leggere qualche pagina dei maestri e subito dopo porsi in ascolto della realtà immortale della propria anima per capire quanto viva, sorprendente e bruciante potrebbe essere la loro voce mentre parlano a dei ragazzi solo in apparenza plagiati dagli smartphone e dai pc, in realtà desiderosi di parole vive, di parole capaci d’inebriarli e illuminarli, di aiutarli a gettarsi con coraggio nell’arduo e sacro mistero del mondo.

Paolo Lagazzi

Avvenire, 12 novembre 2025