UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Paolo Malaguti, il romanzo come resistenza

«Incontrare una storia significa mettermi nei panni di un altro, anche se il suo orizzonte è diverso dal mio. La narrativa è ascolto, ha bisogno dell’umano»
1 Agosto 2025

In un’epoca dominata dalla velocità e dalla ricerca dell’immediatezza, Paolo Malaguti, scrittore e insegnante - in questo momento in libreria con SicutErat. Il Mistero in dialetto: storia di una fede piana (Lev, pagine 144, euro 14,00) -, rivendica per la letteratura un ruolo controcorrente: presidio di lentezza, complessità, ascolto. Nei suoi romanzi – spesso attenti a voci e comunità marginali – la narrazione diventa allora uno strumento per restituire dignità a storie rimaste indietro ed esercitare un decentramento, per costruire una nuova «ampiezza di umanità», che solo le storie sanno dare.

Che ruolo ha per lei la letteratura come strumento per restituire voce a realtà altrimenti invisibili?

«Molti dei contesti comunicativi oggi più in voga sono caratterizzati dall’apparente esigenza della velocità e della semplicità di fruizione. Un post, per accalappiare tanti like, deve essere immediato, ammiccante, godibile nel giro di pochi attimi. Se accettiamo questa logica in fin dei conti superficiale ed edonistica, accettiamo di chiudere gli occhi sulla complessità della realtà e, più ancora, sulla complessità del nostro io. In questa prospettiva, la letteratura a mio avviso ricopre un ruolo vitale di presidio di lentezza e di complessità: se un romanzo è in grado di aprire le porte su storie dimenticate, difficili, censurate, o ancora su aspetti della nostra identità e del nostro tempo con i quali è difficile fare i conti, allora avrà offerto l’occasione ai lettori di non accontentarsi dell’immediatezza e della apparente facilità».

Può la letteratura offrire strumenti per abitare la complessità del presente?

«Dal momento che nella mia vita scrivo e insegno letteratura, ovviamente sono di parte: credo che la narrazione (tanto letta quanto scritta) offra più antidoti validissimi alle complessità e alle sfide dell’oggi: in primo luogo, la narrativa implica un atto di decentramento da sé. Sia che scriva, sia che legga, incontrare una storia significa mettermi nei panni di un altro, ascoltare le sue ragioni, soffrire e gioire con lui o lei, anche se (e questo è molto bello) i suoi valori, la sua cultura e il suo orizzonte esistenziale sono diversi dai miei. In secondo luogo leggere e scrivere portano a un potenziamento linguistico, che equivale a potenziamento del pensiero. L’incapacità argomentativa di molti politici, l’aggressività che domina molti scenari comunicativi, la tentazione pericolosa di demandare la nostra creatività e il nostro pensiero a strumenti altri (penso alle IA) sono sintomi di povertà linguistica, di incapacità di dominare e plasmare il reale con strumenti verbali. In terzo luogo (ma si potrebbe continuare a lungo) leggere e scrivere significa assumere una prospettiva di verticalità storica che mi inserisce all’interno di una tradizione (letteraria, linguistica, valoriale) rispetto alla quale sono chiamato a una presa di posizione critica, ma al contempo a un atto di umiltà».

In che modo la narrazione può diventare un atto di ascolto e responsabilità verso l’umano?

«La narrativa non può fare a meno dell’umano. Ne ha bisogno, è il suo materiale di costruzione. Leggere romanzi implica un atto di ascolto, di osservazione, di cui oggi abbiamo grande bisogno. In questa chiave “umanistica” della nostra letteratura trovo anche una forte radice cristiana: è interessante che i testi di base della nostra fede non siano testi regolativi, o filosofici, o elenchi di prescrizioni. I Vangeli sono testi narrativi, raccontano la storia di un uomo e dei suoi amici».

Francesco ha spesso elogiato il pluralismo dei linguaggi. Lei hai riscoperto e reinventato lingue. Qual è il valore formativo di restituire dignità a delle lingue minoritarie?

«Usare più codici significa interpellare il ruolo di interprete che ogni lettore deve giocare quando affronta un testo letterario. Ma non solo: le lingue, come ogni fenomeno storico, sono anche il riflesso di una società, dei suoi equilibri di potere. Riscoprire e rivendicare la dignità di lingue marginali o passate significa, a mio avviso, compiere anche un atto politico di resistenza contro la monocultura del linguaggio funzionale».

Pensa che il romanziere abbia ancora oggi anche un compito formativo, non didascalico ma silenziosamente educativo?

«Oltre a scrivere insegno in un liceo, e mi rendo conto che le due cose si alimentano: quando scrivo e quando vado in giro in veste di scrittore, sento l’obbligo di assumere certi atteggiamenti (e di evitarne altri) alla luce di una funzione etica della cultura che sento viva. D’altra parte credo che ci siano artisti e artiste che hanno fatto grandissima cultura conducendo una vita agli antipodi dell’etica, con atteggiamenti di rottura e provocazione. Per cui credo che il vero sigillo di qualità non stia tanto in chi scrive, ma nel prodotto scritto. Viviamo in un paese in cui c’è libertà di scrittura e lettura, quindi l’importante è che la gente entri in biblioteca e in libreria; meglio leggere qualsiasi cosa che non leggere affatto».

Eugenio Giannetta

Avvenire, 1 agosto 2025