UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

L’educazione e l’intelligenza artificiale

Trasformare positivamente la formazione gestendola come bene comune e bilanciando impoverimento cognitivo con uso consapevole
21 Febbraio 2026

L’Intelligenza Artificiale può aiutare l’educazione? Diversi elementi inducono a pensare di no: i numerosi bias legati a basi di dati dipendenti dagli stereotipi dei Paesi in cui nascono; le falle di sicurezza sfruttabili per far circolare notizie false; la possibile produzione di frasi incomprensibili, che vengono chiamate allucinazioni; e la tendenza a riciclare informazioni false senza verificarne la validità. Eppure, l’IA può aiutare a trasformare in modo benefico le pratiche educative. Ma solo a condizione di riflettere sugli immaginari che veicola e sui suoi rischi.

Coltivare un immaginario virtuoso

Gli immaginari di una tecnologia suscitano il desiderio di entrarvi, di praticarla e di farla evolvere. Quelli dell’IA si organizzano attorno a tre serie di scelte. Anzitutto, l’IA è sostenuta dal desiderio di potenza e di controllo, ma anche da quello di trovare aiuto e sollecitudine. In secondo luogo, suscita al tempo stesso la paura del sovraconsumo, con effetti deleteri sulla salute fisica e psichica, ma anche la speranza di una pari opportunità. Infine, può essere utilizzata in classe come acceleratore dell’acquisizione di competenze identiche per tutti gli studenti, oppure come vettore di apprendimento personalizzato. L’impegno verso la valorizzazione della collaborazione, dell’uguaglianza delle opportunità e il riconoscimento della singolarità di ciascuno è possibile solo se l’IA non è considerata come una risorsa da sfruttare, come lo sono stati il carbone e il petrolio, ma come una ricchezza comune il cui accesso e utilizzo devono corrispondere ai principi democratici, compresi quelli della sobrietà.

Non sottovalutare i rischi

Sono in numero di tre. Il primo è quello di sollecitare l’intelligenza artificiale a rispondere al posto nostro, con il rischio di impoverire il nostro funzionamento mentale. Il secondo è l’attenuazione delle nostre capacità affettive. Le IA non hanno né intuizione, né emozione, né conoscenza di ciò che è la vita quotidiana degli esseri umani. Non possono dunque rispondere alle domande che poniamo loro se non in termini di probabilità statistica. Eppure, è importante conservare una parte di intuizione ed emozione nelle nostre scelte. Infine, il terzo rischio è che ciascuno, con un’IA personalizzata che lo conoscerà sempre meglio, si allontani dalla vita sociale di prossimità, vale a dire da tutte quelle conversazioni che ci mettono a confronto con un punto di vista diverso dal nostro e ci ricordano che un’altra rappresentazione del mondo è possibile. Questi scambi sono un fondamento essenziale della vita democratica.

Imparare l’IA, con l’IA e dall’IA

Per evitare questi rischi, un’educazione alle possibilità e ai limiti delle IA è essenziale. Imparare l’IA significa scoprire l’impatto di basi di dati insufficienti, l’opacità degli algoritmi, i rischi di disinformazione e di cyber hacking, senza dimenticare l’importanza di un uso ponderato e frugale delle sue possibilità. Imparare con l’IA significa scoprire tutto ciò che essa apporta alle pratiche di informazione, di comunicazione e alle pratiche professionali condivise: imparare a porre una domanda, a diversificare le proprie fonti di informazione, a confrontare i modi di risposta di più IA… Allo stesso modo in cui non bisognerebbe mai mettere uno schermo per bambino, ma più bambini davanti a uno stesso schermo, è essenziale insegnare loro a lavorare collettivamente con più IA confrontandole tra loro. Ognuna ha i propri bias, le proprie falle e commette errori esattamente come ciascuno di noi. Ma hanno anche forme di ragionamento e di gestione delle informazioni sufficientemente diverse dalle nostre perché possiamo imparare con esse, esattamente come con altri esseri umani. A condizione di non considerarle come mentori onniscienti, ma come colleghi di lavoro fallibili. Infine, imparare dall’IA significa utilizzare le IA generative multimodali per coltivare forme di narrazione non lineari. Per esempio, riassumere un lavoro sotto forma di un breve fumetto o di un piccolo film.

Regolare in base all’età

L’IA commette errori, si sbaglia, comprende male; per questo ciascuno di noi ha una responsabilità nel modo in cui la guida e la utilizza. Ma questo non basta. L’Europa deve in particolare incoraggiare IA che pongano domande, e non soltanto che rispondano alle richieste, e prevedere delle protezioni sotto forma di divieti per i più giovani. Proponiamo: nessuno strumento digitale prima dei 3 anni, perché il bambino ha bisogno di contatti umani per costruirsi; nessun assistente vocale né giocattolo connesso prima dei 6 anni, che rischiano di imporre al bambino modalità di pensiero e valori che non sono quelli dei genitori; niente Internet né robot conversazionale (che informa e aiuta occasionalmente) prima dei 12 anni, ma un uso accompagnato per sviluppare lo spirito critico; e nessun compagno digitale prima dei 18 anni, perché queste macchine simulano le emozioni, ma non costruiscono un legame reale: l’amore, l’amicizia e il giudizio non si automatizzano. Non esiste protezione migliore contro i cattivi usi e le trappole dell’IA dell’educazione, del dibattito democratico e dell’intelligenza collettiva.

Serge Tisseron

Avvenire, 20 febbraio 2026