«Chi attacca i metodi della scuola inclusiva non vuole ammettere di essere contro una scuola che includa ed emancipi tutti». Dove per «tutti» si intendono i ragazzi con disabilità, i migranti e tutti coloro che presentano una qualche forma di fragilità. Da vent’anni, questi studenti sono al centro delle ricerche di Anna Granata, docente di Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca, ora in libreria con il saggio La scuola inclusiva ha fallito (Editori Laterza, 167 pagine, 17 euro). Un titolo volutamente provocatorio che Granata smonta pagina dopo pagina.
Nel libro parlo di due articoli della Costituzione che sembrano distanti tra di loro, ma in realtà descrivono un'idea molto forte e radicale di scuola. L'articolo 34: «La scuola è aperta a tutti». L'inclusività a 360 gradi, pensata dai nostri padri e madri costituenti. Poi c'è il 33: «L’arte e la scienza sono libere e libero è l'insegnamento». Che significa dare agli insegnanti un compito altissimo. Ovvero: arrivare davvero a tutti coi metodi più impensati o mai pensati prima. Ed è proprio qui che si inserisce l'eccellenza inclusiva, nel senso che proprio nel portare i saperi, le scienze, le arti a tutti, i nostri insegnanti, dagli anni 50 in poi, in questa scuola liberata dal fascismo, si sono inventati dei metodi straordinari per fare scuola e hanno dato vita a delle eccellenze che effettivamente sono note in tutto il mondo.
Ho scritto questo libro proprio perché questo modello oggi è sotto attacco in Italia, ma è sotto attacco in tutta Europa e anche fuori Europa. Questa idea di scuola inclusiva è un’idea di società inclusiva. Scuola democratica vuol dire società democratica e oggi noi vediamo veramente essere sotto attacco questa idea di uguaglianza di pari opportunità per tutti, indipendentemente dal genere, dalle origini, dalla classe sociale, dalle condizioni psicofisiche.
È un modello nato dal basso, da sperimentazioni anche molto piccole: la prima classe di asilo a Trastevere a Roma, dove Alessandra Ginzburg prova a mescolare i bambini autistici coi bambini cosiddetti “normali”. Da lì è nata poi anche la stagione della riforma che ha portato, nel ‘77, con la ministra Falcucci a introdurre, le classi inclusive come riforma dello Stato. Un modello nato dalle scuole, dagli insegnanti, dalle famiglie, da tutti coloro che si sono messi all'opera per fare questo enorme esperimento democratico.
Se si pensa che l'apprendimento possa essere una gara, una performance, che sia basato sulla competizione, è evidente: queste classi sono più lente. Ma in questa lentezza, in realtà, è emerso tutto il valore di un apprendimento più duraturo, più profondo, che unisce nozioni e saperi con l'imparare a vivere con gli altri. Qui abbiamo la scuola come strumento straordinario di cittadinanza, come palestra di cittadinanza. È un messaggio molto alto, molto d'avanguardia, oggi criticato perché facciamo fatica a credere a quell'idea di un sapere che può arrivare a tutti e di una società che davvero può vivere in pace, accettando l'altro con anche le sue lentezze.