UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

La vera maturità è il passaggio dall’«io» al «noi»

Una riflessione sull’esame di Alberto Gastaldi, direttore dell’Ufficio nazionale per l’Educazione, la scuola della CEI
8 Giugno 2026

Anche se il tempo passa, a volte sembra che non cambi niente nella preparazione dell’esame che conclude la scuola secondaria di secondo grado, ma per chi insegna con passione e con professionalità, la “Maturità” non è mai una replica. Quest’anno, i ragazzi e le ragazze che siedono davanti alle commissioni portano nello zaino un carico invisibile ma pesantissimo: l’ansia di un futuro che non appare più come una promessa, ma come una minaccia.

Il termine “Maturità” suggerisce un compimento, un frutto pronto per essere colto. Eppure, la domanda che leggo negli occhi dei giovani è questa: «Si parla di rito di passaggio, sì, ma verso dove?». In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da divisioni che lacerano il tessuto sociale e da un odio che corre veloce sui fili digitali, la tentazione del cinismo è forte. La sfiducia non riguarda solo le istituzioni, ma la possibilità stessa di incidere sulla realtà. Per chi ha oggi diciotto anni, l’esame non è solo la verifica di competenze acquisite. È, simbolicamente, il momento in cui si viene “presentati” al mondo. E il mondo che li attende è spesso confuso ai loro occhi, non offre riferimenti che possano accompagnare una crescita promettente. L’ansia da prestazione, che vediamo esplodere in questi mesi, non è solo paura del voto: è il riflesso di una società che chiede loro di essere “performanti” prima ancora di essere persone, di essere “produttivi” invece che fecondi.

Eppure, proprio qui si innesta il senso profondo della nostra missione educativa. Come docenti di religione, abbiamo il compito di ricordare loro che quella parola, “Maturità”, ha a che fare con la libertà, non con il punteggio. È la capacità di stare dentro il conflitto senza cercare la strada della violenza, di abitare le divisioni portando un desiderio di unità.

La speranza non è un ingenuo ottimismo che ignora la situazione attuale, ma la ferma convinzione che ogni epoca di crisi della storia è abitata da una promessa di vita. La maturità vera, allora, è il passaggio dall’“io” al “noi”. È la scoperta che la propria realizzazione personale è legata a doppio filo alla capacità di non fermarsi di fronte al proprio vantaggio personale. Se l’esame di Stato è importante, lo è soprattutto per certificare non solo ciò che sanno, ma chi hanno deciso di diventare: non spettatori impauriti, ma artigiani di pace. Ai ragazzi e alle ragazze che incontriamo possiamo dire: non fermatevi di fronte alla paura di questo passaggio. Il “verso dove” non è una meta geografica o un obiettivo professionale già costituito, ma è lo spazio in cui decidete di mettere i vostri talenti al servizio della speranza. La vostra maturità sia questo: il coraggio di essere, in un mondo che si spezza, quel filo d’oro che torna a legare, a perdonare, a costruire. Ai docenti il compito di stare loro accanto per mettere in luce quegli aspetti di bene che sono già presenti e che vanno sostenuti.

Alberto Gastaldi - Direttore dell’Ufficio nazionale per l’Educazione, la scuola e l’università della Conferenza episcopale italiana

Avvenire, 13 maggio 2026