UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Insegnare nei licei, Ars maieutica da riguadagnare

Un saggio di Perretti aiuta a capire il ruolo necessario svolto dai docenti delle scuole superiori
2 Settembre 2022

Ho insegnato per una ventina d’anni nei licei, prima di passare - come a volte dico scherzosamente - 'a miglior vita', cioè all’università. Quella del professore universitario è una vita 'migliore' nel senso che gli viene lasciato molto più tempo per la lettura, lo studio, la scrittura, rispetto a quello a disposizione di coloro che insegnano a scuola. D’altra parte, mentre la missione del professore liceale è sostanzialmente una, cioè insegnare, quelle del docente universitario sono, per statuto, tre: l’insegnamento, la ricerca e la cosiddetta 'terza missione', vale a dire la comunicazione verso l’esterno in varie forme (pubblicazioni di taglio divulgativo, conferenze, interventi sui mass media ecc.). Su quest’ultima oggi si insiste molto più che in passato, poiché in un mondo sempre maggiormente interconnesso si ritiene un bene che l’accademia non viva isolata dal resto della società, ma offra a quest’ultima il proprio contributo.

Tuttavia c’è qualcosa che nel passaggio dall’insegnamento liceale a quello universitario mi sembra di aver perso. Forse perché, pur perseguendo parallelamente la carriera universitaria, insegnare al liceo non è mai stato per me un ripiego, bensì una professione che ho abbracciato con convinzione ed entusiasmo. Quello che hai a scuola con i tuoi studenti è un rapporto quotidiano, entri nelle loro vite, se hai un minimo di apertura umana e di empatia finisci per conoscere le loro storie, ti fai partecipe dei loro problemi, diventi insomma parte della loro vita. All’università tutto ciò non è impossibile (lo ha dimostrato l’ondata di toccanti testimonianze di ex alunni del professor Luca Serianni, scomparso improvvisamente questa estate), ma avviene con una frequenza e un’intensità certamente non paragonabili a quelle che caratterizzano la vita scolastica.

Lo dice bene Pierpaolo Perretti, che insegna materie letterarie in un liceo calabrese, in un libro dal titolo “Perché (non) andare a scuola” (introduzione di Annalisa Cuzzocrea, postfazione di Sergio Labate, Rubbettino, pagine 180, euro 16): «Ho conosciuto il mondo universitario; l’alternativa non si è mai posta, ma non avrei mai barattato la scuola con esso: mi piaceva soprattutto l’idea di poter stare con i miei alunni. L’ora di lezione consente di permanere, si concretizza in una presenza che non è paragonabile a quella dei rapporti accademici, e dona il privilegio di assistere al passaggio da crisalidi a farfalle, talvolta quello di potervi partecipare».

È un’immagine molto bella, che descrive il modo in cui l’autore interpreta il proprio compito: farsi «compagno nel cammino» di crescita dei ragazzi e, insegnando una materia come la letteratura, condurli a «ossigenarsi con la bellezza». Eppure la scuola di oggi non è tutta rose e fiori. La prima parte del saggio è tesa a indicare le cose che non vanno: il voto come 'feticcio', la tendenza del sistema a esprimere valutazioni che non misurano realmente i livelli di competenze raggiunti dagli studenti, la difficoltà a stabilire un’efficace alleanza educativa tra insegnanti e genitori, l’aziendalizzazione della scuola, la sua crescente burocratizzazione. Questa sezione del libro è molto utile per avere un quadro, prodotto dall’interno, di che cos’è la scuola italiana in questo preciso momento storico. Perretti tende anche a spiegare come ragionano gli insegnanti in varie situazioni tipiche: il lettore che non è del mestiere troverà queste pagine particolarmente interessanti. Ma la parte più significativa del volume è a mio parere l’ultima, quella in cui Perretti distilla la propria concezione dell’insegnamento.

Tra i molti concetti che espone ne vorrei sottolineare due. Il primo è l’importanza del dialogo con i ragazzi, dialogo che l’autore esercita con apprezzabile (e volutamente incalzante) arte maieutica.

La seconda è la necessità di costruire quotidianamente nei giovani la motivazione allo studio. Quella motivazione che un tempo era scontata oggi – in una società che, con i suoi modelli e influencer, attribuisce sempre meno valore al sapere e alla cultura – scontata non è più. E va perciò riscoperta giorno dopo giorno.

Roberto Carnero

Avvenire, 2 settembre 2022