UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

«In università la nostra fede è una “scuola di amicizia”»

Ad Assisi i giovani della rete pastorale tra gli atenei d’Italia dell’Ufficio Scuola della Cei raccontano la loro esperienza di credenti tra le aule
17 Marzo 2023

Dopo il Covid c’è voglia di intraprendere nuove relazioni, di confrontarsi con chi non ha la stessa fede e di testimoniare, nonostante il mondo accademico non sia così facile da penetrare. I giovani della rete della Pastorale universitaria della Cei che nello scorso fine settimana si sono ritrovati in Assisi per l’incontro nazionale degli studenti e dei ricercatori universitari dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e l’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni, hanno messo l’accento su queste necessità. Quella di incontrarsi, al di là dei collegamenti Internet che la pandemia ha reso indispensabili e sempre più diffusi.

Nella città di Poverello hanno potuto parlare, approfondire e riflettere anche alla luce di grandi esempi come quelli di san Francesco, santa Chiara e il beato Carlo Acutis che, nel Santuario della Spogliazione dove sono stati accolti dal vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino, sta facendo miracoli in termini di conversioni e discernimento vocazionale.

«Come cattolico – spiega Simone Masilla, dottorando in bioetica all’Università Cattolica – sento il dovere di testimoniare con la competenza nel mio settore; credo che noi cristiani dobbiamo essere i migliori nel proprio ambito. Solo così possiamo essere dei testimoni credibili». Alla soglia dei 30 anni Simone, collaboratore del Centro universitario cattolico (Cuc), racconta come è cambiato il rapporto tra giovani credenti e non nell’ambito universitario. «Innanzitutto bisogna dire che prima c’era un ambiente più ostile, da un punto di vista economico perché la ricerca è costosa e non viene sostenuta abbastanza e poi perché c’è un forte isolazionismo e la tendenza a farsi strada a discapito degli altri. Con il Cuc si cerca di limitare la difficoltà economica, sostenendo i ricercatori e di favorire l’incontro proprio per contrastare la tendenza a isolarsi. L’obiettivo – continua il giovane di origini pugliesi – è di creare percorsi di comunità e dinamiche di condivisione». Per Simone l’Università, e in particolare la facoltà di Filosofia in cui si è laureato, gli ha dato la possibilità di approfondire la fede, gettando le basi del suo percorso. «Gli amici universitari non credenti non sono ostili – aggiunge però Masilla – piuttosto sono disinteressati e quindi ci sono ampi margini di testimonianza, perché effettivamente c’è un gran bisogno di Vangelo. Ecco perché dico che la competenza da parte nostra è molto importante: studiare in un certo modo, dice molto di chi sei».

Forte l’azione di testimonianza anche in Sardegna dove, racconta Francesco Fumu, coordinatore diocesano della Pastorale universitaria della diocesi di Ozieri, è stato avviato un percorso di incontri al quale partecipano una quarantina di studenti. «Dopo la Gmg del 2016 – spiega lo studente di Lettere, 23 anni – abbiamo iniziato a ritrovarci ogni due settimane. Sapevamo che non era il catechismo o l’indottrinamento che si può fare quando si è piccoli. Ben presto ci siamo resi conto che si trattava di un attimo di libertà dallo stress universitario che ha fatto emergere l’esigenza di intraprendere nuove relazioni, al di là dei collegamenti Zoom di cui sembra non si possa più fare a meno. Emerge con evidenza – conclude Francesco – la voglia di partecipare e di dialogare anche con chi non la pensa come noi».

La stessa necessità la esprime anche Lorenzo Petrangeli, 25enne originario di Orvieto ma studente di Medicina a Bologna, che mette l’accento sull’importanza di vivere la carriera universitario secondo un senso più ampio, non limitandosi al dovere dello studio. Ecco perché il suo impegno in Comunione e liberazione diventa un modo per allargare gli orizzonti. «A questo proposito – spiega – stiamo preparando un evento culturale che si terrà dal 10 al 13 maggio dal titolo “Un’amicizia per vivere, vivere per un’amicizia”».

In prima linea nella pastorale universitaria di Trento è invece la 20enne Irene Chiodaroli, studentessa alla facoltà di Servizi sociali. «Con l’èquipe di cui faccio parte – racconta – facciamo diverse proposte che vanno dall’approfondimento dei passi Vangelo al volontariato; sta funzionando molto quello in carcere». Poi però ci si ritrova a confrontarsi con i non credenti. «E sono tanti – spiega meglio –: è davvero difficile essere cattolico nel mondo accademico anche perché ti trovi di fronte compagni che spesso si dichiarano non credenti non per una motivazione precisa, ma perché “è figo”. Credo – conclude Irene – che la Chiesa dovrebbe lavorare di più sulle persone, facendo comprendere l’importanza della fede».

Dello stesso avviso anche Barbara Gattuso, di 23 anni, originaria di Reggio Calabria e studentessa di Medicina all’Università Cattolica e da sempre impegnata nell’Azione cattolica della sua città. «Noi cattolici siamo una minoranza – sottolinea la giovane calabrese –; per questo è importante che anche l’Ac abbia un approccio in uscita, si adegui ai tempi che corrono e che la Chiesa sia meno “ecclesiastica”, istituzionale».

Marina Rosati

Avvenire, 15 marzo 2023