Educare è «rialzare l’altro, rimetterlo in piedi», compiendo «un vero e proprio atto d’amore». Ieri papa Leone XIV, nell’omelia della Messa con gli studenti delle università pontificie, riuniti nella basilica di San Pietro in occasione dell’inizio dell’anno accademico e del Giubileo del mondo educativo, ha ricordato che la grazia più grande di chi studia è quella di ottenere «uno sguardo d’insieme, capace di cogliere l’orizzonte e di andare oltre». Insomma l’educazione, e in particolare quella cristiana, secondo il Pontefice «è una vera e propria guarigione» che «permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita». E anche di questi temi tratta la nuova Lettera apostolica di Leone, dal titolo Disegnare nuove mappe di speranza, che il Pontefice ha firmato a sorpresa ieri in basilica, prima dell’inizio della Messa, e che oggi, per i 60° anni della dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, viene resa pubblica. L’annuncio del fuori programma è stato dato dal segretario del Dicastero per la cultura e l’educazione, il vescovo Carlo Maria Polvani, tra lo stupore delle migliaia di fedeli presenti, che hanno visto Prevost raggiungere l’altare della Confessione, dove era stato preparato un tavolino per la firma, insieme al cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero.
Facendo riferimento al Vangelo di Luca (13, 10-17), proposto dalla liturgia di ieri, il Papa si è soffermato sulla postura «curva» della donna inferma che Gesù ha guarito di sabato. «La condizione dell’ignoranza, che spesso è legata alla chiusura e alla mancanza di inquietudine spirituale e intellettuale, - ha spiegato - assomiglia alla condizione di questa donna: essa è tutta curva, ripiegata su sé stessa, perciò le è impossibile guardare oltre sé». Come lei, ha continuato, per ciascuno «il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi». L’educazione e lo studio, invece, spingono ad accorgersi di tutto ciò che nella vita è dato a ciascuno come «grazia» che guarisce.
Oltre ai tanti studenti e professori laici, hanno partecipato alla celebrazione eucaristica con il Papa anche centinaia di sacerdoti, seminaristi e religiose, da 14 Paesi del mondo. Ai membri delle università pontificie, tra cui molti provenienti dai 18 istituti romani, il Papa ha chiesto di imitare «il gesto» miracoloso di Gesù, per «sfamare la fame di verità e di senso», perché «senza verità e significati autentici si può entrare nel vuoto e si può perfino morire». Chi studia infatti, ha aggiunto poi Leone, «è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita», e riceve il dono di «uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale».
Per ultimo, il Pontefice ha esortato i fedeli a «guardare la vita e la realtà con uno sguardo unitario, capace di abbracciare tutto, rifiutando ogni logica parziale» come insegna l’esperienza cristiana, in un tempo in cui, invece, si è molto attenti ai «dettagli infinitesimali» della realtà. Di uno sguardo unitario, poi, ha bisogno anche la Chiesa, ha continuato chiedendo ai presenti di guardare all’esempio di Sant’ Agostino, San Tommaso, Santa Teresa D’Avila, Santa Edith Stein che «hanno saputo integrare la ricerca nella vita e nel cammino spirituale». Allo stesso modo, ciascuno è chiamato «a portare avanti il lavoro intellettuale e la ricerca della verità senza separarli dalla vita», ha concluso il Papa, «perché quanto accade nelle aule dell’università» diventi «una realtà capace di trasformare l’esistenza e di farci approfondire la relazione con Cristo».
Agnese Palmucci
Avvenire, 28 ottobre 2025