Le classi quinte del liceo statale “E. Montale” di S. Donà di Piave dal mese di novembre 2024 al mese di gennaio 2025 hanno riflettuto sui temi della pace, del conflitto, della compassione e del dialogo, all’interno di un progetto dal titolo “Il dialogo interreligioso, via di pace. Le speranze dei giovani”, coordinato dall’insegnante di Religione cattolica Francesca Dalla Torre, con la collaborazione della professoressa Federica Digito. Una lettera scritta dalla classe 5ª è stata letta durante l’inaugurazione dello “Jesolo Sand Nativity” alla presenza del sindaco, Christofer De Zotti, e del vescovo ausiliare e vicario generale emerito del Patriarcato di Gerusalemme, mons. Giacinto Boulos Marcuzzo. Ecco il testo.
Siamo ancora qui, dopo tutto e nonostante tutto, perché, finché la guerra camminerà tra gli uomini, vogliamo che la nostra voce che si leva a promuovere la speranza di un futuro segnato dalla pace non rimanga inascoltata, come se fosse una tra le tante in una folla.
Si sa che la guerra, e il conflitto più in generale, nascono dalle incomprensioni, dalle parole non dette e da quelle non ascoltate: la storia umana offre sempre e inesorabilmente svariati esempi di ottuse convinzioni e “immutabili” punti di vista anche oggi. La conclusione, forse ovvia, a cui siamo arrivati è che se si vuole veramente la pace la si può ottenere con il dialogo. Ma come è possibile costruire la pace se non vi è dialogo? O meglio come si fa a costruire un dialogo tra due realtà in conflitto?
Questa è la domanda che ci siamo posti durante il percorso del “Jesolo Sand Nativity” intrapreso da noi classi quinte grazie alla guida della professoressa Francesca Dalla Torre.
Non vi parleremo però di guerra nelle righe che seguono, né tantomeno di come fermare una guerra (non abbiamo questa pretesa), però se vorrete continuare a leggere vi racconteremo di come abbiamo scoperto un passo alla volta il dialogo con l’altro: non solo dialogo interreligioso, ma, pensando più in grande, anche interculturale. Il nostro percorso per la costruzione del concetto di dialogo non è sempre stato facile: la parte più difficile? Iniziare. Tutto prende il via dalla proposta di scrivere una lettera ai nostri fratelli musulmani, ebrei e cristiani al fine di esortarli a porre fine alle ostilità che, in questo periodo, con la ripresa del conflitto tra Israele e Palestina sono state argomento di discussione anche tra noi studenti. Un invito che ha sicuramente preso ispirazione dall’enciclica di Papa Francesco “Fratelli Tutti” che è anche il filo conduttore del Sand Nativity di quest’anno, e che prende inoltre ispirazione dalla celebre parabola del Buon Samaritano, citata dall’enciclica stessa.
Non è stato facile scegliere le parole giuste: “Se scriviamo questo non ci stiamo sbilanciando troppo a favore di uno?”, “Siamo troppo diretti e perentori nel parlare di questa guerra?”, “Sembra più un’esortazione alla pace o una condanna alla guerra?”. Noi lavoriamo con le parole tutti i giorni, eppure in questa occasione ci siamo accorti di come le parole fossero armi a doppio taglio che andavano soppesate per evitare di ottenere l’effetto opposto a quello che realmente era il nostro scopo nello scrivere la lettera. Non era un semplice tema che avrebbe letto solo la professoressa, questa lettera sarebbe stata letta la serata di apertura, non potevamo lasciare spazio agli equivoci: doveva essere un invito alla pace chiaro e rispettoso. E più studiavamo questa lettera più è stato facile capire come le parole sputate in faccia al “nemico” fossero una miccia che aspetta solo una scintilla per diventare guerra.
Il nostro percorso poi si è concentrato attorno allo studio di due concetti profondamente collegati tra loro: empatia e compassione. Termini che tutti noi conosciamo: “La capacità di porsi in maniera immediata nello stato d'animo o nella situazione di un’altra persona” e “Atteggiamento comprensivo e soccorrevole verso uno stato penoso” . Siamo davvero sicuri di conoscerli? L’empatia, dal greco “en-” (dentro) e “pathos” (sentimento, passione), una totale immersione dentro ciò che l’altro prova: non il riflesso superficiale ma lo sprofondare dentro le emozioni dell’altro. La compassione, che al contrario di ciò che si pensa, in origine non ha quel retrogusto dispregiativo che noi le attribuiamo quando affermiamo: “Io non voglio la tua compassione!”. Deriva dal latino “cum-” (con) “patior” (soffrire): soffrire con l’altro, riconoscere la sofferenza che attanaglia un altro essere umano come propria e scegliere di non voltarsi dall’ altra parte, bensì soffrire assieme a questo. E allora con occhi nuovi guardiamo il nostro fratello che soffre e non ci sembra più così diverso, perché l’essere umano è in grado di empatizzare e soffrire con il fratello. “Umana cosa è l'avere compassione degli afflitti” scriveva Boccaccio nel suo “Decameron”.
Ma come faccio a provare compassione per un nemico che forse nemmeno conosco, ma che so di dover odiare? La risposta ci è stata offerta dai ragazzi della “Cittadella Della Pace” che fanno parte del progetto “Rondine” con cui abbiamo avuto l’occasione di parlare durante l’incontro, organizzato in collaborazione con l’associazione culturale “mons. G. Marcato” e l’amministrazione comunale di Jesolo, tenutosi Mercoledì 29 Gennaio presso la sala “Palladio” del “Palazzo del Turismo” a Jesolo.
I ragazzi che partecipano al progetto “Rondine” provengono da svariate parti del mondo trucidate da pregiudizio, corruzione e guerra. Nella “Cittadella della Pace” ad Arezzo, in Toscana, però convivono con quello che credevano essere il loro nemico: Armeni e Azerbaigiani, Russi e Ucraini, Israeliani e Palestinesi che convivono sotto lo stesso tetto imparando a conoscersi e scoprendo che un dialogo con l’altra parte è possibile e, loro ne sono la prova vivente, che le differenze che l’odio aveva creato si sono dissolte con la conoscenza. Abbiamo ascoltato con avidità l’ironia con cui Carlos ci ha parlato del suo bellissimo Paese, “il Paese di Shakira per capirci” come ha detto lui, dilaniato dalla corruzione della polizia e guidato da gruppi paramilitari che dettano legge. Abbiamo trattenuto il fiato mentre Hamza, musulmano, ci raccontava della sua traversata in furgone attraverso la Bosnia cristiana e divisa dai pregiudizi religiosi. Eppure non ci è rimasta avversione per l’una o l’altra parte, perché le loro testimonianze non veicolavano parole ostili, bensì la comprensione di chi aveva saputo andare oltre l’odio imposto dal sentito dire e da conflitti che si perpetuano da generazioni, di chi aveva conosciuto e si era riconosciuto nell’ altro.
Poi la parola è passata al vice-Imam e responsabile del dialogo interreligioso presso l’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche Italiane) e al Rabbino Capo della comunità ebraica di Firenze. Ed è proprio quando li abbiamo visti scherzare come fanno vecchi amici cresciuti assieme, rispettando ognuno profondamente il credo dell’altro, quasi come non ci fossero differenze, che ci è parsa evidente la potenza del dialogo, del vero dialogo interreligioso, come punto di partenza per la costruzione di una pace solida e duratura.
Non possiamo dire che è solo questo ciò che ci ha lasciato questo percorso: ci ha lasciato molto di più, perché ha rinnovato in noi la speranza che un mondo migliore si possa veramente costruire, con le parole e non con le bombe.
VA Liceo Classico “E. Montale” - S. Donà di Piave (VE)
In allegato la pagina del settimanale diocesano “La vita del popolo” con il racconto e la lettera degli studenti.