UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

«I ragazzi vogliono sapere qualcosa di vero su di loro»

Maria Raspatelli, insegnante a Bari: «C’è l’attesa di conoscere se io ho attraversato il loro stesso travaglio»
16 Dicembre 2025

Un giorno di scuola come tanti, sulla soglia di una classe, Marta mi guarda e mi chiede: «Prof, un giorno ci racconterà come è nata la sua fede?». Non è una curiosità. È una richiesta di verità. È la domanda che smaschera l’ora di religione quando non è riempitiva. È la domanda che mette in gioco il docente, la sua identità, che chiede di esporsi, di venire allo scoperto nella sua umanità. Marta non mi chiede perché credo. Mi chiede di raccontare una ricerca. Mi chiede di raccontarle chi è la persona dietro la cattedra. Se c’è qualcuno che ha attraversato le sue stesse domande, le sue crisi, i suoi smarrimenti.

L’ora di religione non è solo disciplina, ma una soglia tra ciò che i ragazzi hanno ricevuto e ciò che stanno cercando. Spesso i ragazzi non hanno parole per esprimere il disagio, la rabbia, il senso di inadeguatezza che li abita. Quel malessere prende altre forme come l’indifferenza, l’opposizione, il silenzio. È qui che le storie bibliche assumono un valore esistenziale. Non servono solo a “insegnare Dio” ma a raccontare qualcosa di vero sull’uomo. Non offrono soluzioni, ma compagnia. Non chiudono le domande: le tengono aperte. Non è catechismo né indottrinamento. È educazione al senso. È apertura al mondo, come possibilità di leggerlo e decodificarlo in modo coerente. Quando le religioni vengono messe in dialogo, per esempio, i ragazzi percepiscono il senso della vita e si avvicinano al sacro con più attenzione e rispetto. Lavorare sui valori trasmessi anche dalle altre religioni e confrontarli con quelli del cristianesimo permette di conoscere, capire e agire responsabilmente nel mondo. I ragazzi oggi non chiedono risposte corrette perché, come ha detto un mio studente, «non c’è sempre una risposta per tutto. C’è uno spazio insondabile che dobbiamo rispettare». Chiedono qualcuno che non abbia paura di sostare nelle domande che bruciano e di essere orientati verso una domanda di senso all’interno di una realtà sempre più complessa, frammentata, altamente performante e carica di aspettative.

L’Ora di religione è uno dei pochi spazi liberi dalla logica della prestazione: un tempo fragile e prezioso, dove parlare non significa essere giudicati. Raccontare come nasce una fede significa, allora, raccontare un cammino, non un possesso. Esporsi. E forse è proprio questo, oggi, il compito più urgente dell’Irc: non distribuire risposte, ma custodire con cura le domande. Accompagnare, con rispetto e delicatezza, chi sta imparando a diventare adulto.

Maria Raspatelli, Insegnante di Religione Bari

Avvenire, 16 dicembre 2025