«Io credo che l’educazione sia ciò da cui derivi quello che noi pensiamo e facciamo ogni giorno. Però educare è anche tirare fuori, estrarre qualcosa di celato ma presente. Per questo abbiamo bisogno di una guida, e le principali per noi adolescenti sono la famiglia e gli insegnanti. Le parole del Papa hanno un valore universale, sia che tu faccia parte di una comunità cattolica o no; è importante che ognuno di noi abbia uno o più educatori che ci aiutino con amore e disponibilità. Devono aiutarci a esprimere adeguatamente le nostre potenzialità in modo da diventare capaci di prendere scelte più appropriate e essere flessibili al cambiamento».
Sono le parole di Nina, studentessa adolescente di Bologna, interpellata insieme ad altri coetanei in giro per l’Italia dopo aver loro proposto la lettura della recente lettera apostolica di papa Leone XIV “Disegnare nuove mappe di speranza” centrata sull’educazione. Aggiunge Nina: «Mi colpisce che il Papa si soffermi sullo sguardo verso un individuo e sulla trasmissione dell’amore per la vita, così come sulle responsabilità e sull’educazione come una condivisione per formare cittadini capaci di portare avanti i propri valori e più liberi. Ci troviamo davanti un sacco di adulti, ma quanti sono disposti a aiutarci a crescere e a formare il pensiero critico? Pensano di essere delle guide e dei punti di riferimento tuttavia non hanno formazione e non ritengono che ce ne sia bisogno, quando invece il nostro mondo è complesso».
Il concetto di educazione che indica Leone XIV è più grande di quello al quale si pensa normalmente. «Per noi ragazzi – dice Francesca, che studia in un liceo classico di Marsala – questo concetto è collegato alla scuola e fa pensare a studio, noia e imposizione. Invece, è ciò che più al mondo rende l’uomo un uomo, dunque tutto fuorché costrizione. Se quando siamo piccoli è dalla famiglia che riceviamo educazione, abitudini e modi di fare, da adolescenti la fonte è la scuola. Crescendo accade che il tempo e il dialogo con i genitori diminuisca e la scuola diventi il luogo dove passiamo la maggior parte delle nostre giornate; vissuta correttamente, potrebbe davvero cambiare in meglio la nostra vita. Dovrebbe essere un luogo per la vita, che ci insegni ad assumere le responsabilità del nostro futuro, perché un giorno il mondo sarà nelle nostre mani; che ci insegni a custodire la terra, perché se la terra soffre anche l’uomo soffre; che ci insegni la solidarietà e la pace, poiché siamo nati per vivere insieme. Nella mia idea di scuola ogni ragazzo dovrebbe sentirsi visto nella sua complessità, con le sue ansie, paure e sogni, e non come un nome sul registro».
Leggendo la lettera di Leone XIV colpisce l’idea che educare sia un atto di speranza. Ci crede Aurora, che studia a Catania ed è impegnata come rappresentate di classe: «Noi giovani pensiamo che la scuola sia un insieme di nozioni, ma nel testo è descritta come un gesto d’amore. È interessante la prospettiva che ci invita a riflettere su come ogni docente, ogni lezione non siano finalizzate all’apprendimento di un qualcosa, ma all’assimilazione di un contenuto per l’anima, che ci aiuta per la nostra formazione integrale. Mi sono soffermata a rileggere il punto in cui il Papa afferma che la persona non è rilevante solo guardandola dalla prospettiva delle competenze che ha – è la situazione tipica di noi studenti quando ci lasciamo condizionare dai voti – bensì dà importanza al fatto che ognuno è innanzitutto una persona con una sua storia, sentimenti ed emozioni. Concordo con il concetto che il modo in cui trattiamo gli altri e l’ambiente, mostra che tipo di persone siamo. Sono convinta che educare non è solo un concetto didattico e astratto, ma un cammino di crescita condiviso, un progetto di vita che mira a guardare oltre, ad alzare lo sguardo, a custodire e valorizzare ciò che conta davvero».
Per Carlo, maturando di Caserta, la scuola appare come un luogo molto “pratico”: voti, verifiche, materie da imparare. Per questo lo toccano le parole di Leone XIV, e così commenta: «Il Papa dice che educare non è solo insegnare delle cose, ma credere che chi hai davanti può crescere, cambiare, diventare migliore. A volte noi studenti pensiamo che i professori sappiano tutto e che il nostro compito sia solo ascoltare. Qui sembra dire che anche loro stanno imparando, che la verità non è un possesso ma un cammino fatto insieme. Questa cosa la trovo bella, perché rende la scuola più umana, più vera. Oggi ci parlano sempre di competenze, di risultati, di performance, ma questa lettera ricorda che dietro tutto questo c’è un volto, una storia, un’anima».
Marco Pappalardo
Avvenire, 14 gennaio 2026