L'anno scolastico è finito. E uno può pensare di essere definito, o che sia valsa la pena fare tutto questo anno scolastico secondo i voti che ha preso, se uno è riuscito ad andare avanti.
È vero che la scuola ha la didattica: certo ci sono tante ore di lezione. Ma secondo me un uomo, anche da bambino, non viene definito per la sua capacità intellettiva: quello che definisce la nostra vita è la propria umanità. E quindi vale la pena tutto questo anno scolastico, abbiamo vissuto bene tutto questo anno scolastico, se siamo cresciuti nella nostra umanità, se la nostra umanità è diventata più matura. Quindi, se abbiamo vissuto intensamente tutta questa realtà che ci viene data. Non soltanto nella scuola, ma anche fuori dalla scuola.
Comunque, vedo che nella scuola lo studio deve servire per diventare sempre più umano. Infatti, c'è tutta una tradizione che ci viene consegnata, tutta un'esperienza umana di quelli che ci hanno preceduto, tante materie che ci aiutano a conoscere la realtà, a chiedere il senso di tutto, a imparare una sapienza umana. E questo mi pare che sia molto importante non dimenticarlo. Però la cosa più decisiva l'abbiamo appena sentita nel Vangelo (il Cantico di Simeone, ndr): cosa definiva la vita di questo anziano, Simeone? Il desiderio di vedere il Messia del Signore, il desiderio di incontrare Gesù. E infatti alla fine, come abbiamo sentito nel Vangelo, lui ha potuto conoscere Gesù e dice «ora puoi lasciare che il Tuo servo vada in pace», perché sono riuscito a vedere la Tua salvezza. Quindi, ha incontrato Gesù.
Questa secondo me è la cosa più importante nella nostra vita: poter incontrare Gesù, perché è Lui, veramente, il supremo bene. Chi accoglie, chi aderisce a Gesù compie la sua vita, come ha espresso chiaramente Simeone. Le domande che dovrebbero essere dentro di noi per sapere se questo anno è valso la pena sono proprio queste: è cresciuto il tuo rapporto con Gesù? Sei diventato più Suo amico? È una presenza che ti accompagna veramente? Guardate che tutto – tutto! – quello che succede nella nostra vita è una provocazione per riconoscerLo.
Evidentemente le cose positive, le cose buone che accadono nella nostra vita non generate – e neanche a volte cercate – da noi è chiaro che sono un segno, una bontà, di Qualcuno verso di noi. Un amore, una preferenza. Ma anche le cose negative: quelle ci aiutano a prendere coscienza della nostra necessità di aiuto o della nostra dipendenza da un Altro. La vita non dipende da noi, non è nelle nostre mani, dipende da un Altro. È stata data e quindi è sempre un dono.
Gesù è il Signore che ha fatto tutto. Tutto è stato fatto per Lui: è il centro, viene riconosciuto come il centro del cosmo e della storia, della tua storia e della mia. Quindi se Lui ci ha creato, ci ha creato per il disegno buono che vuole compiere. Però ha bisogno della tua libertà e della mia. Guardate che niente, nessuna circostanza nella vita – neanche quelle pesanti, quelle negative come una malattia, come la morte di un amico, o di qualche membro della famiglia, o la separazione di una coppia – tutto, se è vissuto con Lui, serve per un bene nella nostra vita. Serve proprio perché ci porti a quel disegno buono che Lui ha per ognuno di noi.
Quindi, è importante rendersi conto che cammino abbiamo fatto in questo anno nel rapporto con Gesù, perché con Lui tutto serve per la nostra vita. Niente si perde, niente diventa inutile.
Quindi, chiediamo soprattutto in questa Eucarestia, con l’intercessione della Madonna, la grazia di poter trovare Gesù nella nostra vita, riconoscerLo e crescere in quella amicizia. Come anche la Madonna: ha portato un bambino nel tempio ed è stata l'occasione dell'incontro di Simeone con quel bambino. Chiediamo alla Madonna la grazia che Gesù ci venga incontro nella nostra vita, nella nostra esistenza, soprattutto in questa scuola.
Perché è così che la nostra vita si compirà, è così che la nostra vita sarà un bene per noi e per tutto il mondo.
José Miguel Garcíasacerdote e rettore del Sacro Cuore di Milano
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