«C’è sgomento, e anche tanta tristezza. Per il ragazzo ucciso e la sua famiglia, ma anche per professori e compagni, in qualche modo anche loro vittime di quello che è accaduto sotto i loro occhi. Pregheremo per tutti, anche per chi ha colpito».
Don Tommaso Fasoli, responsabile dell’Ufficio diocesano Scuola e educazione, fatica a trovare le parole per descrivere il dramma in cui è sprofondata l’intera comunità didattica di La Spezia. «Mai mi sarei aspettato una tragedia del genere - sottolinea - perché in tutti gli istituti cittadini, e in particolare all’Einaudi- Chiodo, si fa un costante e continuo lavoro educativo, che dà buoni frutti. Un percorso inclusivo, molto partecipato dai ragazzi di tutte le etnie. In aula nascono legami e forme di autentica collaborazione anche tra chi proviene da gruppi differenti, che magari nella vita di tutti i giorni non hanno molti punti in comune. E ora tutto questo rischia di essere messo in discussione dal gesto di un singolo. Ma non deve essere così, un episodio non può gettare ombra su quanto di buono si è fatto e si sta facendo».
Il delitto si è consumato in una scuola simbolo: l’Istituto professionale Einaudi-Chiodo vanta più di un secolo di storia, dai suoi corsi escono tecnici meccanici che hanno accesso immediato al mondo del lavoro. I ragazzi trovano impiego nei cantieri nautici, ma non solo. C’è chi ha ricevuto una chiamata persino da Maranello, dalla Ferrari. È una scuola che conta più di 500 iscritti: un ambiente multietnico, frequentato da giovani in gran parte ben integrati, come Youssef e il suo carnefice Atif, entrambi con buoni voti. Tutt’altro che una scuola ghetto, insomma. Eppure, anche qui ha fatto irruzione la violenza più cieca. Come è stato possibile? Per provare a spiegarlo, don Fasoli si aggrappa al Vangelo: «Si semina, ma non sempre il terreno è fertile... Il gesto di un singolo non può tuttavia definire una comunità. Così come non si può ridurre un individuo a un singolo atto: una persona è qualcosa di molto più complesso».
Nel momento più buio, non rimane altra scelta che cercare la luce «Adesso prevale lo sconforto - ammette don Fasoli -ma poi bisognerà ripartire. Come? Appoggiandosi a tutto quel bene che si è costruito finora. Senza perdere la speranza». Don Luca Palei, responsabile della Pastorale giovanile, venerdì sera ha incontrato in parrocchia il suo gruppo di adolescenti: alcuni di loro frequentano l’Einaudi-Chiodo. «Mi hanno detto che dopo aver colpito Youssef, quel ragazzo si è voltato dicendo: “L’ho ucciso...” La loro sensazione è stata di sentirsi ghiacciare il sangue nelle vene». Come riprendersi da uno choc così forte? Cercando di disinnescare la carica di violenza che sempre più spesso esplode tra i giovani. «Occorre disarmarsi - riflette don Palei - Disarmare le parole, i social, anche la musica. Sento troppi testi che inneggiano alla forza, alla vendetta, alla ribellione contro le forze dell’ordine. Molti ragazzi hanno dentro tanta rabbia, bisogna far capire loro che non necessariamente la devono sfogare in modo distruttivo, ma che possono trasformarla in impegno per il prossimo. Noi adulti dobbiamo aiutarli a mostrare la loro faccia migliore». Guai, infine, scivolare nel luogo comune. «È umano prendersela con chi ha ucciso, ma non serve alimentare i conflitti e dire ”sono tutti così”. Non è vero, molti giovani stranieri ad esempio fanno volontariato insieme a noi. Meglio pensare a rammendare ciò che è stato strappato».
Marco Birolini
Avvenire, 18 gennaio 2026