«Oggi i ragazzi non si nascondono più per accendersi uno spinello, ma faticano a spegnere lo schermo. Cambiano i linguaggi, restano le fragilità». C’è un mondo giovanile che non va letto solo con le lenti dell’allarme o del giudizio, ma con quelle dell’ascolto. È da questa consapevolezza che è nato il percorso di formazione per educatori e insegnanti promosso a Brindisi dalla Pastorale giovanile insieme all’équipe diocesana del Progetto Policoro e all’Ufficio di Pastorale scolastica. Il 4° meeting diocesano, quest’anno è stato dedicato alle dipendenze, nelle loro molte forme: da quelle più note, come le sostanze, a quelle più sottili, come il bisogno di connessione, di affetto o di riconoscimento. «Il tema del meeting “IndipenTeen” nasce da un confronto aperto: a maggio e giugno, un questionario diocesano promosso nelle scuole ha cercato di fotografare la realtà quotidiana dei giovani – spiega Paola Mogavero, incaricata diocesana di Pastorale giovanile insieme a don Sandro Ricciato –. L’obiettivo: capire quali siano oggi le vere fatiche dei ragazzi e renderli protagonisti, non spettatori di percorsi pensati altrove».
Il questionario ha fotografato una generazione che vive tra digitale e sostanze, due mondi che per molti si equivalgono come strumenti di evasione o appartenenza. Le nuove dipendenze «non si nascondono più: si mostrano, si condividono, si vivono alla luce del sole». Perciò ai ragazzi è possibile «offrire un punto di vista a loro vicino, non da adulti che tracciano rotte, ma che sanno camminare accanto», proseguono gli organizzatori.
Il percorso si è articolato in quattro workshop, e una plenaria finale. Don Quintino Venneri, parroco e formatore, ha messo al centro la relazione educatore-educando. «Un educatore che sta in maniera matura in una relazione educativa esercita la riflessività, cioè la capacità di avere uno sguardo dall’alto su ciò che sta avvenendo. Importante – ha sottolineato – è l’aiuto e la verifica da parte di una persona esterna, perché anche chi accompagna ha bisogno, a sua volta, di essere accompagnato».
Internet può essere una trappola o una bussola. Flaminia Alimonti, psichiatra e psicoterapeuta, ha ricordato che «la soluzione non è proibire gli strumenti, ma accompagnare i giovani a capire come un bisogno o una sofferenza possano essere soddisfatti dall’uso di Internet». Il cyberspazio, ha aggiunto, «può diventare un’opportunità di vivere relazioni che dal vivo un adolescente non riesce ad avere. L’Intelligenza artificiale non può certo sostituire una relazione: per questo, come educatori, dobbiamo addentrarci sulla qualità dell’uso che i ragazzi fanno della rete».
Le relazioni sono veri e propri strumenti di cura, per Rita Russo, psicologa, che con Agostino Aresu, esperto teatrale e Fabiola Musca, educatrice esperta di comunità educativa, ha indagato sulla delicatezza delle relazioni affettive. «La relazione con un adulto educatore, che attraverso la sua regolazione emotiva promuove una co-regolazione, insegna al ragazzo a costruire degli argini dove l’emozione viene riconosciuta, vissuta e raccontata». Come adulti, «siamo chiamati a costruire spazi di connessione in cui il cambiamento è possibile». In tema droghe e alcol, Daniele Ferrocino, educatore della Comunità Emmanuel di Lecce, ha invitato a «spostare l’attenzione dalla sostanza alla persona», ricordando che «chi soffre di dipendenza non va trattato come un vizioso, ma come un malato, senza alcun atteggiamento giudicante». Se «non è facile individuare comportamenti a rischio, alla base c’è sempre la necessità di creare una relazione profonda». «Un medico non può curare un paziente se non conosce la malattia – ricorda Mogavero – allo stesso modo non possiamo accompagnare i giovani se non conosciamo la loro quotidianità».
A chiudere il percorso è stato don Giorgio Nacci, teologo e formatore già incaricato diocesano di Pastorale giovanile, che ha intrecciato riflessione pedagogica e prospettiva di fede: « Le situazioni che si sviluppano nella vita di un ragazzo non si affrontano mai in maniera isolata: la dimensione spirituale ha una radice fortemente connessa con quella delle relazioni». Per il docente «metterci accanto agli adolescenti significa sentirci tutti coinvolti, e in questo la fede ha voce in capitolo. L’esperienza di fede non è mai fatta da soli: occorre fare rete per creare percorsi formativi condivisi. È la fede che ci permette di trovare le risorse interiori per affrontare questioni come le dipendenze, guardando al modello del Vangelo. Vivere da figli di Dio significa orientare il bisogno di dipendenza in modo sano, verso relazioni sane».
Le dipendenze, in fondo, non parlano solo di mancanze, ma di desideri: di legami, di libertà, di senso. Il percorso diocesano vuole costruire una nuova alleanza educativa tra giovani e adulti, tra comunità e scuola, tra ascolto e fede. «Capire i giovani non significa salvarli – è il messaggio conclusivo del meeting – ma imparare a guardarli davvero. Solo conoscendo le loro fragilità possiamo aiutarli a trasformarle in forza».
Annalisa Guglielmino
Avvenire, 22 ottobre 2025