Robot umanoidi che spiegano le lezioni. O peggio: computer che prendono il posto in cattedra degli insegnanti. La sperimentazione ministeriale dell’Intelligenza Artificiale a scuola, attivata a partire dall’anno scolastico corrente, potrebbe evocare incubi tecnofobici ma – niente paura – in salsa italiana il progetto risulta cauto e quasi basico. L’«assistente virtuale» presentato dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara in varie occasioni pubbliche corrisponde, in effetti, al concetto pratico che in questi giorni inizia a essere applicato in quindici classi selezionate di istituti, dalle medie alle superiori, tra Calabria, Toscana, Lombardia e Lazio. I non addetti ai lavori devono immaginare il nuovo arrivato come un semplice strumento digitale in grado di leggere e analizzare dati (una verifica a crocette ma anche un elaborato su un certo argomento), evidenziare gli errori, estrarre schemi comuni delle lacune e suggerire al docente soluzioni creative ai problemi individuati. Un compito che, per quanto possa sembrare innovativo a chi non ha mai manovrato uno di questi programmi, sfrutta solo una minuscola parte della potenzialità dell’IA.
Per accorgersene basta guardarsi intorno. Da settembre il David Game College di Londra ha deciso di sostituire completamente gli insegnanti con un software. I 20 alunni tra i 15 e i 17 anni selezionati per l’esperimento, il primo del genere nel Regno Unito, siedono davanti a un computer e, indossate le cuffie o un visore 3D, studiano da soli inglese, matematica e biologia guidati da un programma informatico. L’algoritmo dell’IA segnala i progressi fatti di ogni studente e poi adatta le spiegazioni e gli esercizi, generando materiali aggiuntivi personalizzati se un ragazzo mostra difficoltà con un argomento. L’apprendimento è organizzato nella formula uno a uno. Secondo i dirigenti dell’istituto, con questo sistema ciascun alunno apprende esattamente al suo ritmo, senza bisogno di dover rallentare o accelerare per stare al passo dei compagni. In classe ci saranno tre tutor per dare una mano in caso di necessità ma – a parte questo – l’aspetto umano sarà relegato alle attività pomeridiane di laboratorio.
Spostando lo sguardo più in là si scopre che negli Emirati Arabi Uniti l’IA è una materia a sé: gli studenti imparano a usarla per spendere la competenza nel mercato del lavoro. In Cina, dal 2019 e non senza preoccupazioni per la privacy, l’Intelligenza Artificiale viene abbinata addirittura a sistemi di riconoscimento facciale e usata nelle scuole per monitorare l’attenzione e la partecipazione degli studenti. Gli studenti sono dotati di fasce con sensori che leggono i segnali cerebrali e danno all’IA i dati per segnalare il livello di concentrazione all’insegnante. Il docente osserva le misurazioni e può coinvolgere uno studente che, non solo appare, ma certamente è disattento.
Anche la Corea del Sud prevede aule digitali in cui immergersi guidati da tutor virtuali; inoltre dal 2025 i libri di testo digitali si baseranno interamente sull’Intelligenza Artificiale. A differenza di semplici ebook, questi i nuovi volumi digitali valuteranno i livelli di lettura degli studenti e adatteranno il contenuto per soddisfare le esigenze di ciascuno. Dalle pagine, sbucheranno assistenti didattici e strumenti di realtà virtuale. Guardando questi esempi la sperimentazione italiana ha decisamente un altro approccio e appare piuttosto come un altro passo verso un tipo di didattica che già anni sfrutta gli strumenti digitali per creare nuove forme di apprendimento. La nostra, insomma, è sì innovazione ma con moderazione.
Ilaria Beretta
Avvenire, 13 ottobre 2024