Care amiche e cari amici,
qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di ospitare qui nella nostra redazione di piazza Carbonari a Milano, alcuni genitori dell’associazione GenerAzione D. Dove "D" sta per disforia di genere. Una condizione complessa e delicata che apre la strada a prospettive inedite, a situazioni che disorientano, confondono, sorprendono. Le mamme e i papà con cui ci siamo confrontati in modo sereno e costruttivo hanno espresso la volontà di stare accanto ai loro figli minorenni che si dichiarano transgender, per aiutarli a capire la condizione che stanno vivendo, senza cedere ai luoghi comuni e al politicamente corretto.
Cosa significa? Lo spiega bene il racconto di una mamma - pubblicato sul sito di GenerAzione D e che abbiamo ripreso (clicca qui) - in cui riferisce l’ingresso della figlia nel mondo trans, il confronto problematico con il mondo scientifico, il clima “affermativo” dominante a scuola e in larga parte della società, secondo cui si vorrebbe ridurre una questione complessa e sempre drammatica a scelta quasi scontata, se non banale. Un’esperienza che merita di essere ascoltata. Spesso i genitori che fanno parte di GenerAzioneD - circa 200 famiglie - vengono considerati come omotransfobici perché non accettano soluzioni semplicistiche, vogliono verificare di persona le proposte che arrivano da esperti e specialisti di orientamento "affermativo". Ma sono accuse fuoriposto. Non si tratta di schierarsi “pro” o “contro” la transizione di genere, ma di comprendere che il ruolo dei genitori non può ridursi ad assecondare in modo passivo le indicazioni che arrivano dai social, dagli amici, da quello che si legge in rete, da esperti veri o presunti che in modo sbrigativo confermano la disforia e aprono la strada al percorso di transizione.
Queste mamme e questi papà hanno il diritto di sapere quello che i loro figli minorenni stanno vivendo. Anche per quanto riguarda la cosiddetta carriera alias. Oggi alcuni regolamenti adottati nelle scuole superiori di secondo grado non prevedono che i genitori vengano informati preventivamente. È sufficiente che un ragazzo o una ragazza si dichiari trans per aprire la strada a una transizione sociale che, al di là del nome d'elezione, si traduce in un'etichetta desiderata certo, ma comunque pesante. Quanto è accettabile, in un quadro educativo, accogliere in modo acritico da parte degli insegnanti una richiesta che comunque apre la strada a evoluzioni problematiche? Ne parleremo ancora.
Sappiamo che le esperienze non sono per fortuna sempre così negative, che esistono specialisti seri che affrontano la questione senza condizionamenti ideologici, che non si accontentano del “politicamente corretto” e che si sforzano di capire e di sostenere davvero la scelta di questi ragazzi e delle loro famiglie. Anche quando si tratta di una scelta di "detransizione". Se è comprensibile per un adolescente confrontarsi con un disagio profondo per quanto riguarda la propria identità di genere, non lo è pretendere che quel disagio abbia uno sbocco a senso unico. Senza pregiudizi, ma anche senza accontentarsi di soluzioni ideologiche, tanto più in un ambito in cui non ci sono né dati statistici inoppugnabili, soprattutto in Italia, né certezze scientifiche. Ma sofferenza e disorientamento da accogliere e comprendere, senza falsi moralismi, senza toni giudicanti. Noi l'abbiamo sempre fatto e cercheremo di continuare a farlo.
Luciano Moia
Avvenire, 23 febbraio 2025