UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

«ChatGPT a scuola, a fianco dei prof»

Jayna Devani (OpenAI): «Creeremo sempre più strumenti per aiutare i docenti a promuovere la loro umanità»
27 Dicembre 2025

ChatGPT ha già rivoluzionato la scuola italiana, all’insaputa dei docenti. A rivelarlo è il primo studio nazionale sul tema, pubblicato a settembre dal think tank Tortuga in collaborazione con la startup YellowTech, che ha coinvolto oltre 3.800 tra docenti, studenti delle superiori e personale Ata da 274 istituti. Il risultato? Che l’84% degli studenti impiega ogni settimana l’intelligenza artificiale generativa per farsi aiutare con compiti a casa e verifiche, ma il 36% dei docenti è convinto che i propri alunni non la usino mai. «Stiamo assistendo a un enorme cambiamento: tra gli 800 milioni di utenti che ogni settimana utilizzano ChatGPT, il gruppo più folto sono gli studenti». A parlare è Jayna Devani, responsabile del dipartimento Istruzione di OpenAI per Europa, Medio Oriente e Nord Africa. Durante una visita in Italia «per dialogare con le istituzioni che rappresentano milioni di studenti», ha parlato ad Avvenire, Accademia Atena e YellowTech del futuro della scuola sotto al peso degli algoritmi.

Secondo l’indagine YellowTech, al momento, il 57% degli studenti italiani si limita a usare l’Ia generativa per controllare le risposte corrette o cercare idee. Ma in futuro, secondo la manager di OpenAI, il ruolo dei chatbot sarà più pervasivo nelle aule: «Stiamo cercando modi per rendere ChatGPT un tutor più personalizzato e adatto a ogni studente – spiega Devani –. La nostra speranza è che un giorno, in qualsiasi parte del pianeta si trovi, ogni alunno possa parlare nella sua lingua con un chatbot che si adatta a ogni stile di apprendimento. Sarà un allenatore infinitamente paziente, un mentore in grado di rendere perfettamente i concetti per immagini». Un maestro adatto a comprendere il funzionamento di ogni cervello, anche per gli studenti con neurodivergenze. Per rendere possibile questo futuro, OpenAI ha iniziato da mesi una fase di raccolta dei riscontri degli studenti da ogni parte del mondo, «per supportare i loro risultati di apprendimento».

Sostituire il docente con un algoritmo, però, rischia di minare alle fondamenta il rapporto di fiducia tra docenti e studenti. Secondo YellowTech, il 71% degli scolari italiani che fa uso di Ia avverte un calo di fiducia da parte degli insegnanti nei loro confronti, mentre due docenti su tre continuano a preferire elaborati più deboli ma realizzati senza l’aiuto dei chatbot. Secondo i dirigenti di OpenAI, perciò, l’ingresso dell’intelligenza artificiale in aula impone una rivoluzione nel ruolo dei docenti. Una rivoluzione che passa «dal mettere al centro della classe le competenze umane degli insegnanti»: «ChatGPT dovrà sempre aiutare i docenti a promuovere la loro umanità – continua Devani –. Parliamo continuamente con gli insegnanti per costruire una comunità di innovatori che ispiri il mondo». Nella scuola pensata da OpenAI, il primo compito dell’intelligenza artificiale sarà sbrigare quasi tutti gli affari burocratici che gravano sulle spalle degli insegnanti. «Si può usare benissimo come strumento per migliorare la produttività – ragiona Devani – e per ridurre il carico di compiti amministrativi che i docenti affrontano quotidianamente, consentendo loro di trascorrere più tempo di fronte agli studenti».

Ma gli algoritmi, nel progetto della big tech statunitense, dovranno anche «creare classi completamente nuove», dove l’Ia sarà in grado di «aiutare anche i professori che non hanno alcuna competenza tecnica». «Si potranno costruire app che danno agli studenti feedback costanti per la valutazione – sostiene la dirigente di OpenAI – o generare assistenti vocali personalizzati. Ma non saranno mai un sostituto degli insegnanti finché saranno in grado di mettere le persone al centro dell’aula. Con questi strumenti, vogliamo supportare la cognizione umana e migliorare la nostra intelligenza».

Per costruire i chatbot da impiegare in aula, il colosso statunitense dice di ispirarsi a Socrate. O – meglio – alla sua maieutica, ovvero il metodo con cui il buon maestro aiuta gli allievi a raggiungere la verità. «A questo servirà la modalità studio di ChatGPT – spiega Devani –. Non fornirà risposte, ma aiuterà a superare le difficoltà dell’apprendimento. Per esempio, gli studenti potranno accedere ai documenti anche all’una di notte, quando le biblioteche sono chiuse». Questo modello, che OpenAI sta sviluppando con la collaborazione di pedagogisti da tutta Europa, non dovrà fermarsi agli anni scolastici: «Speriamo che gli studenti continuino a interagire con l’intelligenza artificiale come parte di un’esperienza molto più grande. Al termine del curriculum, inizierà quello che chiamiamo apprendimento permanente».

Intanto, però, OpenAI si pone già altri obiettivi a lungo termine: «Entro dieci anni – conclude Devani – immagino classi nate con l’Ia, in cui studenti e docenti interagiranno con gli algoritmi pacificamente. Faranno parte di una comunità molto più grande, a cui parteciperanno anche le istituzioni, per porre limiti etici all’uso dei chatbot. Ma per arrivarci, prima, dobbiamo rendere l’Ia accessibile a tutti».

Andrea Ceredani

Avvenire, 23 dicembre 2025