UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L'UNIVERSITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Lettera a una professoressa, un «pugno» che resta attuale

Libertà oltre la meritocrazia. Una scuola per la dignità
18 maggio 2017

Quando Lettera a una Professoressa uscì alle stampe a fine maggio 1967, don Lorenzo Milani, il Priore, come lo chiamavamo noi, stava ormai molto male e su consiglio di tutti si era trattenuto a Firenze presso la mamma. A turno noi ragazzi lo assistevamo di giorno e di notte, ma benché molto debole non trascurò niente affinché la Lettera si diffondesse. Non potendo scrivere di persona, aveva incaricato noi ragazzi di segnalare l’uscita del libro a una serie di amici fra cui giornalisti, insegnanti, sindacalisti. Un messaggio semplice, scritto per suo conto, su una cartolina. All’inizio, la stampa non si occupò molto di Lettera a una professoressa, ma il dibattito divampò un mese più tardi quando il Priore morì. Dovendo occuparsi di questo prete così straordinario, i giornalisti furono costretti a leggere la sua ultima opera scritta assieme ai suoi ragazzi e tutti reagirono come se avessero ricevuto un cazzotto allo stomaco. Chiunque la leggesse non poteva fare a meno di immedesimarsi nel Gianni scartato o nel Pierino figlio di papà e benché indirizzata a una professoressa, ognuno la sentiva come indirizzata a se stesso. Una lettera personale a cui ognuno reagiva con ira, amore, commozione, mai con indifferenza, a seconda della posizione sociale occupata e del percorso di riflessione effettuato in ambito politico e morale.

Nel cinquantesimo della pubblicazione, molti si chiedono se Lettera a una professoressa sia ancora di attualità. La domanda è lecita perché la società a cui la Lettera fa riferimento non c’è più, almeno nella nostra parte d’Europa. Era una società rurale, mentre quella di oggi non è neanche più industriale: è una società terziaria dominata dall’informatica, dalla comunicazione, dalle biotecnologie. Dunque da un punto di vista economico e tecnologico Lettera a una professoressa appartiene a un’altra era geologica. Ma da un punto di vista sociale e politico è ancora di estrema attualità perché il panorama è mutato di poco. Per certi versi è addirittura peggiorato. Fondamentalmente la Lettera è un atto di accusa contro l’atteggiamento selettivo della scuola, addirittura classista verso i poveri. Un’opposizione messa in atto attraverso il sistema dei voti, del tempo breve, delle bocciature. Forse oggi si boccia meno nell’arco della scuola dell’obbligo, ma la richiesta di Lettera a una professoressa non è semplicemente quella di tenere ogni ragazzo in pari con i propri compagni, bensì di garantire a ciascuno il sapere di cui ha bisogno per essere cittadino sovrano. Da questo punto di vista non possiamo dire di avere fatto molti passi avanti.

Anzi siamo andati indietro considerato che il taglio alle spese operato in nome del debito ha ridotto il numero di insegnanti e aumentato il numero di alunni per classe. Cosa può sperare di imparare il bambino senegalese o albanese col suo italiano stentato in una classe di 25 alunni? Come diceva padre Balducci, le Barbiane del mondo sono ancora molte e stanno anche dentro la nostra Europa. La novità è che non si trovano più nei campi, ma nelle periferie urbane fra le famiglie immigrate e disoccupate. I loro bambini continuano ad avere grandi difficoltà nello studio a causa delle condizioni abitative, della babele di lingue in cui sono inseriti, della mancanza di famiglie alle spalle in grado di seguirli. Finché la scuola non abbandonerà l’atteggiamento del tribunale che giudica e non entrerà invece in quello dell’ospedale che si prende cura delle creature più fragili, Lettera a una professoressa conserva tutta la propria ragion d’essere.

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Francesco Gesualdi

Avvenire, 18 maggio 2017